Non dirò le torture fisiche e morali di quel viaggio.
Furono cinque giorni di marcia per sabbie infuocate. La notte ci riposavamo in orribili stallazzi, ove, per conforto delle membra, eravamo condannati a sdraiarci sul fieno, al fianco di persone ignote e in compagnia di bestie notissime. Le pulci, le zanzare, ed altri animaluzzi creati da Dio pel solletico della cute umana, ci corteggiavano tutte le notti.
Il nostro alimento consisteva in uova, ricotta, o latte agro e rappreso, che i pastori ci fornivano gratuitamente.
Gli alberghi posti sullo stradale, pressochè tutti erano abbandonati alla mercè dei passanti. I proprietarii, per evitare molestie o pericoli, si erano allontanati, nascondendo o portando via le suppellettili di qualche valore.
Lungo il cammino noi incontravamo dei viaggiatori, i quali ne facevano parte delle loro provvigioni. L'Ascolana era prostrata di forze. Il nostro vecchio compagno più volte era caduto nel mezzo della via colla disperazione della stanchezza.
Quando piacque a Dio, giungemmo a Monte Rotondo, grossa borgata a quindici miglia da Roma. Le nostre finanze erano ridotte all'estremo. Non ci restava la croce di un baiocco!
Ma io contava sull'ultima risorsa, sugli ultimi sforzi di un'arte, che altre volte mi aveva salvato. A Monte Rotondo, io mi era proposto di rinnovare lo stratagemma di Grottamare, invitando la popolazione ad un concerto vocale-istromentale a mio benefizio.
Questa volta il peso del trattenimento sarebbe stato condiviso da un collega del vecchio carbonaro, il quale, per aver esercitata parecchi anni la professione di organista nella cattedrale di Camerino, credeva di poter divertire il rispettabile pubblico, eseguendo sulla spinetta un Tantum ergo ed un Kyrie di sua composizione.
Fermi nel nostro proposito, entrammo in un alberghetto, e quivi, animati dalla fede e dall'appetito, ci ponemmo a tavola, e prelevando una anticipazione sui probabili incassi del concerto, ordinammo una cena completa.
Sono pure stravaganti i capricci delle rivoluzioni! Chi l'avrebbe detto—a vederci famigliarmente raccolti intorno alla piccola mensa—chi l'avrebbe detto, che io, l'Ascolana e il carbonaro di Camerino, ci eravamo scontrati per caso pochi giorni innanzi—che ciascuno di noi era trascinato verso Roma da una cura diversa—che io mi rassegnava a divenire soldato per non aver potuto andare a Chieti a cantare da baritono—che l'Ascolana, per amor del marito, era decisa di impugnare un fucile—che il vecchio carbonaro si recava da Camerino a Roma per piantare il suo stiletto nell'anima di un delatore!