Poche ore dopo la mia partenza da Monte Rotondo, alcuni carrettieri, rientrando in paese, recarono la triste novella, che io, la mia compagna e il vetturino eravamo caduti in mano dei Francesi, i quali, senza tanti complimenti ci avevano fucilati l'uno dopo l'altro nel bel mezzo del cammino. Quella notizia riempì di costernazione il paese. L'organista e il Bertoni, più vivamente colpiti, sacrificarono uno scudo per far celebrare tre messe onde abbreviare il purgatorio ai poveri fucilati. Ma la nostra morte era stato un sogno dei carrettieri—e i preti recitarono inutilmente le tre messe di suffragio. Inutilmente?—Ciò non può dirsi—I preti, quella istessa sera, all'osteria di Pietro Rossini, commutarono il denaro delle esequie in tanti fiaschetti di eccellente Sabino.


CAPITOLO X.

La tomba di Nerone.

Il giorno s'era fatto già grande, e la nebbia non dileguavasi ancora. Pareva che i raggi del sole evocassero dalla terra grosse nuvole di vapori, e pareva che queste nuvole, agglomerandosi con incessante densità, corressero dietro alla nostra vettura per seppellirla in un vortice caliginoso. Nessun augello si era desto a salutare di gorgheggi il ritorno della luce. Tratto tratto dalla folta siepe che costeggiava il cammino, qualche bufalo sporgeva il capo sonnolento. Talvolta ci era forza arrestarci per dar libero passaggio ad una grossa mandra di pecore che in quella cieca atmosfera camminavano a ritroso, urtando nelle zampe de' nostri cavalli e nelle ruote della vettura. Allora il postiglione rompeva il silenzio con due o tre bestemmie, a cui i mandriani pareva non facessero attenzione. Que' poveri diavoli, al paro delle pecore, avean sveglie le gambe ed il resto del corpo addormentato.

—Fra pochi minuti avremo il sole, disse il postiglione agitando allegramente la sua frusta.

—Quante miglia ne rimangono per giungere alle porte di Roma?

—Tre miglia.

—Iddio sia lodato! esclamò l'Ascolana.