La chiesa era quasi deserta, debolmente rischiarata dalla luce funerea che traspariva dai finestroni colorati.

—Innanzi tutto, cominciò la contessa, io debbo chiedervi mille scuse… La sorpresa del rivedervi così inaspettatamente, e sotto quelle vesti, mi ha impedito poco dianzi di esprimervi con parole adeguate la mia riconoscenza. Voi mi salvaste la vita; avete fatto di più, mi avete sottratta al peggiore dei supplizi, quello di ricadere negli artigli di un marito che abbomino. Il caso mi porge i mezzi di offrirvi un compenso…. Sareste voi tanto gentile da accettare la tenue somma di cinque milioni di ducati che io metto a vostra disposizione?

—-Avete… detto…?

—Cinque milioni di ducati, nè più, nè meno.

—La somma è rotonda, ed io l'accetto.

—Sta bene. Ma v'è una condizione…

—Indovino. I cinque milioni di ducati, se è vero ciò che mi dicevate ora è poco delle vostre momentanee strettezze, non esistono che nella vostra fantasia,

—No, vi ingannate. I milioni esistono, i milioni son là, accatastati in uno scrigno, del quale io tengo la chiave. Ora, questa chiave, o visconte, io l'offro a voi… Ve la offro a patto di un ultimo favore, di un ultimo sacrifizio.

—Contessa! la mia vita… il mio sangue….

—No, non si esige tanto, mio bel cavaliere—Ciò che io vi domando è di darmi una mano a salire il primo gradino di un trono.