—Se non vi recasse troppo disturbo, io vi pregherei, monsignore, di voler ascoltare la mia confessione.

Il visconte, per darsi tempo di riflettere, non proferse parola.

—Avete inteso, monsignore? replicò l'altro con una intonazione di voce più vibrata—vorrei mettermi in grazia di Dio, e imploro a tal uopo l'assistenza di un ministro del culto.

Il visconte, che aveva riflettuto, senza venir a capo di indovinare dove si fosse nascosta la contessa, assentì con un cenno del capo, e veduto a poca distanza un confessionale, a quello si diresse, invitando l'altro a seguirlo.

Destino! Destino! Chi oserà più mai in presenza degli avvenimenti che qui si narrano, chi oserà, ripeto, negare la tua potenza, tanto più terribile, quanto più occulta? Io so che di questa apostrofe al fato (da taluni chiamato anche dito di Dio) non va esente verun romanzo dell'epoca antica e moderna; ma, qual sarebbe, senza il fato o il dito, la logica dei romanzi?

Non sa di miracolo ciò che noi vediamo? Quei che la sera innanzi se ne stava prostrato in atteggiamento di vittima, ora siede da giudice sulla cattedra del tribunale di Dio, mirando a' suoi piedi genuflesso colui che poche ore prima avea minacciato di schiantarlo. Imponiamo alla nostra meraviglia, e porgiamo orecchio alla confessione del conte.

—Dall'ultima volta ch'io mi accostai al tribunale di penitenza, cominciò il penitente con voce contrita, io non credo aver commesso verun di quei peccati che la chiesa dichiara mortali ma, in seguito ad alcune recenti peripezie, io mi sento oggi trascinato, ed ho anzi deliberato di compiere un enorme delitto.

—Vuol uccidere la moglie, pensò il visconte; è bene ch'io ne sia prevenuto.

—Uno di quei delitti, proseguì l'altro, che tanto più sgomentano le timide coscienze, in quanto non vi abbia speranza, una volta che sieno consumati, di ottenere l'assoluzione di Dio. In una parola, io avrei deliberato di togliermi la vita.

—Meno male! esclamò il visconte—ciò calzerebbe a meraviglia….