Se il lettore ha provato, nell'assistere a questa tragica scena, una millesima parte del raccapriccio che ci investì nel descriverla, non dubitiamo ch'egli dovrà ora gustare un immenso sollievo rientrando con noi nell'ambiente sereno della casa parrocchiale, dove vedremo svolgersi degli avvenimenti meno tetri, ma per avventura più meravigliosi.

CAPITOLO VII.

Quella notte, don Fulgenzio aveva avuto il sonno leggero. Gli era parso di udire nella casa degli insoliti rumori. E poi…. (perchè dovremmo tacerlo?) una larva seducentissima di donna in sottana da abate non si era mai dipartita dal suo letto.

Per cacciare le tentazioni, si alzò prima di giorno, e attraversando l'anticamera, gettò l'occhio sulle vesti abbandonate la sera innanzi dalla signora ricoverata nel salottino.

—Povera signora! sospirò il dabben prete, converrebbe che qualcuno provvedesse a far asciugare questi panni prima ch'ella si desti! Questo qualcuno… non potrei esser io?…

Detto fatto, don Fulgenzio adunò un bel cumulo di legna sul caminetto, accese un gran fuoco; e schierate a conveniente distanza dalla fiamma una mezza dozzina di seggiole, distese su quelle i drappi umidi e rattrappiti.

Un vapor bianco e molle si diffondeva nella stanza; le nari tumefatte del giovane sacerdote respiravano, colle esalazioni dell'idrogeno, due distinte fragranze di contessa e di visconte. Era pel casto don Fulgenzio la prima estasi peccaminosa che gli fosse accaduto di gustare in sua vita.

Un rumore di passi venne a riscuoterlo. Qualcuno saliva la scala frettolosamente.

Fosse la bella forestiera?…

No, Era il sagrestano della parrocchia, che affannato, coi cappelli irti, cogli occhi fuor dalle orbite, veniva ad irrompere nell'anticamera.