—Un pazzo, ripigliò il medico, non è altra cosa che un pianoforte scordato; convien toccargli tutti i tasti per far vibrare la corda che risponde falso.

—Toccatelo sul tasto della politica, disse il visconte sbadatamente, mentre i suoi occhi dilatati si affissavano a qualche oggetto lontano che lo attraeva.

—Sarebbe una soperchieria, rispose il medico solennemente; toccate sul tasto della politica l'uomo più assennato e più calmo; ne uscirà una dissonanza così mostruosa da farlo ritenere maniaco.

Il medico non aveva finito di parlare, che un coro di voci umane rinforzato dallo squillo delle fanfare salì dalla piazza al campanile.

—La processione esce dalla chiesa, disse il visconte; osservate! ammirate! qual splendida pompa di paramenti e di lumi!

Il commissario si scoperse il capo e piegò il ginocchio…

—Un momento! un momento! gridò il medico; ho bisogno del vostro braccio. Mi è venuto un pensiero…

E fatto un passo verso il conte, che, a giudicarne dai tratti del volto, si era alquanto rabbonito:

—Signore, gli disse battendogli paternamente la spalla; affacciandovi a quel parapetto, voi potrete dare uno sguardo alla processione che sfila in questo momento sul sagrato. Nulla giova tanto a distrarre le tetre immagini dallo spirito umano, quanto la vista dì una pompa religiosa. Venite! noi vi sorreggeremo.

Il conte era divoto. Già il suono delle lontane fanfare (le quali sia detto fra noi, erano atrocemente stonate) aveva predisposto l'animo di lui alle emozioni di un soave misticismo. Egli si lasciò trascinare al parapetto, e appoggiandosi al braccio del medico, si mise in posizione da poter collo sguardo dominare un gran tratto della piazza.