Al veder quella doppia schiera di popolo e di sacerdoti che muoveva pel sagrato salmodiando, all'udire le voci paradisiache dei chierichetti e delle vergini (se ne trova ancora nelle processioni), respirando il profumo degli incensi e dei ceri sollevato dalla brezza, un rapimento quasi divino assorbì l'anima del conte. Se non temessi di commettere un irriverente bisticcio, direi, che dinanzi a quel sublime spettacolo, a lui parve di obliare la sua terribile posizione di conte contuso.
Qual dolce risveglio di sentimenti e di ricordi! Egli tornava col pensiero a quell'epoca beata della fanciullezza, quando le solennità della chiesa, il presepio, la scarpetta esposta sul terrazzo per accogliere le strenne dei Magi, una messa servita al cappellano nell'avito castello, la processione del Corpus Domini e le litanie delle Rogazioni occupavano tanta parte de' suoi pensieri, rappresentavano i suoi tripudii più graditi.
Sventurato mille volte colui (mi si permetta questo breve sfogo dell'anima), sventurato mille volte colui, che nell'ora dei disinganni e delle amarezze…
Ahimè!… Cos'è stato?… Misericordia!… Il conte ha dato in ismanie, e in questo nuovo accesso di furore, più violento del primo, grida a tutta voce:
—Vedetela! Vedetela, quella svergognata!… È dessa… la riconosco al vestito… la riconosco a quella ciarpa trapunta in oro che si è gettata sulle spalle come un mantello… Arrestatela, arrestatela, commissario!
—Calmatevi, signore!
—Io vi dico di arrestare quella pettegola che ha la tolla di farsi portare in volta sopra una barella…
—Via, signore! è la santa patrona del paese… parlatene con rispetto.
—La santa! una santa!… quella là! Mia moglie!… E dopo uno scroscio di risa convulso, svincolatosi dalle braccia che lo reggevano, il misero conte arretrò dal parapetto e andò a ricadere sul posto donde era stato tolto poco prima.
Se Dante non avesse creato, or fanno parecchi secoli, lo stupendo verso: