—Ci sono stato qualche volta... nei giorni più secchi... ma non me ne sovvengo...—Il mio romagnolo cominciò a far le meraviglie che in una città quale Parigi si potesse per la modica somma di sedici soldi avere un pranzo di due piatti, minestra, piccolo giardinetto, un bicchiere di vino od una bottiglia di birra, e pane a discrezione... Sopratutto egli rimase colpito del pane a discrezione!...—Vedi, io gli diceva mettendomi a tavola, quando mi permetto uno di questi pranzi di lusso, non dimentico mai di indossare il mio grande rèdingot da quattordici saccoccie? Io non esco mai dal restaurant senza portar meco una provvigione di pane che mi basti per tutta la settimana. Di tal modo questo pranzo, che rappresenta un valore nominativo di sedici soldi, non viene a costarmi che sedici centesimi!—Il mio romagnolo, in udirmi, spalancò una bocca da ippopotamo... Da quella foce bavosa io vidi colare ad un tempo la sorpresa e lʼammirazione. Più tardi, mangiando, si venne a ragionare dei varii restaurants di Parigi, ove si danno pranzi al massimo buon mercato—promisi di condurlo il giorno seguente in una gargotte dove al prezzo di sedici soldi avremmo mangiato lautamente tutti e due. A tale annunzio il mio uomo divenne pallido dalla commozione—mi stese la mano come non aveva mai fatto, e col pianto sugli occhi, come chi violentemente reagisca contro la propria natura:—buon amico, mi disse, voi permetterete... non vorrete farmi il torto... domani... cosi alla buona... insomma io vi invito... a pranzo al restaurant... che ora avete nominato... a patto... come voi dicevate... che la spesa non oltrepassi gli otto soldi... per bocca!... »

Il racconto del mio piccolo puffista mi destava il più vivo interesse. Non avrei mai immaginato che a Parigi esistessero delle gargottes cotanto economiche da fornire un pranzo per otto soldi. Io già cominciava a comprendere il piano strategico del mio povero allievo; ma pure, ondʼessere informato di tutto, lo pregai di continuare la sua storia.

«Per dirtela in brevi parole—proseguì lʼamico—allʼindomani, verso le ore quattro, io mi recai in compagnia del mio splendido anfitrione nella gargotte du Chat-gris in via dei Mathurins.—Scendemmo una diecina di gradini—ci trovammo in una camera oscura, tutta ingombra di piccoli tavoli che attendevano dei commensali.—Su quei tavoli erano schierate delle catinelle ricolme di pane affettato—quel pane non aveva colore—ciascuna fetta rappresentava una specialità del prodotto.—Noi sedemmo ad uno dei tavoli collʼaria di due epuloni decaduti—Il mio romagnolo mi faceva notare che la sala era più che decente, che dalle casseruole lontane esalava un profumo squisito, che infine tutto era pel meglio nel migliore dei restaurants possibili.

«Frattanto entravano degli altri commensali.—Il padrone della gargotte andava in giro a complimentare i suoi clienti, distinguendo di una particolare attenzione alcuni individui della specie più vorace, i quali, a giudicarne dallo sguardo, minacciavano dʼinghiottire per antipasto i cucchiari e le forchette di stagno.—Quando tutti i posti furono occupati, il direttore dello stabilimento diede lʼannunzio del pasto.—Unʼenorme caldaia di brodo fu portata nel mezzo della sala; gli abituati della gargotte accorsero intorno a quella colle loro zuppiere, e una donna di circa sessantanni, montata sovra una seggiola, diede principio alla solenne distribuzione del brodo.—Questa distribuzione si operava con un sistema tuttʼaffatto parigino.—La grande prètresse della cerimonia tuffava nella caldaia una lunga canna da clistero, e dopo averla riempita di quellʼonda senza, nome, la schizzava, a discrezione degli affamati, nelle ampie scodelle che stavano in giro.—Il mio romagnolo si levò in piedi come gli altri—io balzai dietro lui, e, raccolta la nostra porzione di liquido, tornammo a sedere presso la tavola per ruminare tranquillamente e a tutto piacere la nostra zuppa. Dopo quel pasto, venne servita una frittura di color tetro, bituminosa e salata, una frittura alla quale i più nobili visceri di tutto il regno animalesco avevano portato il loro tributo.—Quella frittura era abbondantissima—ragione per cui il mio romagnolo la trovò eccellente!

«Durante quel pasto, cominciarono le intimità, le confidenze reciproche. Lʼamico mi pose al fatto dei suoi piccoli segreti che in parte io già conosceva, si fece a discutere meco i suoi piani, mi chiese dei consigli.... Era il varco a cui io lo attendeva.... Un uomo che domanda consigli sul modo dʼimpiegare i suoi capitali... è una vittima che si offre spontanea, è un piccione che vuoi essere spiumato ad ogni costo.

«—II consiglio chʼio vi posso dare—gli risposi trangugiando un morsello di frittura che forse il giorno innanzi era un turacciolo di bottiglia—il consiglio che io vi posso dare è quello di non accingervi in questo dannato paese a veruna speculazione, quando non siate ben certo che al termine di un mese ogni vostro quattrino debba moltiplicarsi nelle proporzioni che che ora sto per descrivervi.

«Ciò detto, io mi levai di tasca un portafogli, e colla matita gli dimostrai a tutto rigore di cifre qualmente da un sol quattrino si possa, in sedici giorni ricavare lʼinteresse di 325 lire, e in un mese di oltre un milione, a patto che il prodotto di questo prodotto vada ogni giorno raddoppiando.

«Il mio uomo era stordito dalla logica dei miei calcoli—egli fissava le cifre collʼocchio del basilisco—il suo collo si era allungato di due spanne. Malgrado la fiera tensione di tutte le membra, di tutti i sensi, il mio romagnolo non sapeva capacitarsi.

«Io dovetti spiegargli il mio sistema col denaro alla mano.