Quel poveraccio, parlandomi di tal guisa, ha un'aria sì compunta, che a me vien meno il coraggio di rivolgergli una brusca parola o di chiedergli una spiegazione.
—Io credeva, mormora il poveretto abbassando la terribile canna, io credeva che tutti i padroni….» E scostandosi dal mio letto, mortificato, confuso, col pianto negli occhi, Gianbarba si avvia per uscire; ma al momento di varcare la soglia, si arresta, torna indietro, e con voce interrotta dai singulti mi dice: «io sono un po' duro di testa…. lo so… è il mio solo difetto…. Converrà, caro signor padrone, che lei abbia un po' di pazienza… Per esempio, mi scusi tanto, ho paura di non aver capito bene se…. in quanto sia…. alle sue buone grazie…. volevo dire… al salario….
—Mi pareva di aver parlato chiaro su tale argomento. Non ti ho detto che mi assumo di nutrirti, di vestirti e di darti alla fine d'ogni mese…. dieci lire?…. Non ti basta?….
Gianbarba mi guarda colla espressione della più sentita riconoscenza ed esclama: «ma dunque…. è proprio vero…. che lei si degnerebbe!… troppa bontà!… troppa bontà!… come mai avrò il coraggio di permetterle?… Basta! i padroni comandano e i servitori obbediscono…. Le auguro la buona notte.
Così parlando, egli uscì, serrò la porta colla massima cautela, e in punta di piedi per paura di recarmi disturbo, se ne andò queto queto alla sua camera.
—Un vero scimunito! pensai io ravviluppandomi fra le coltri; ma pure, con un po' di pazienza, ne farò un domestico tollerabile.
All'indomani, mi svegliai verso le otto.
Tendo l'orecchio, non odo rumore nella casa.—Che colui dorma ancora?—Gianbarba! Gianbarba! grido dal letto.
—Olalà! olalà! risponde il domestico urlando dalla camera attigua.
—Sei tu alzato?