Nella sonante e robusta versione di Felice Belletti ho comprese e gustate le tragedie di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il secondo mi piacque di preferenza; ma allorquando, per far pompa di classica erudizione, ebbi a citare alcuni brani del Filottete, mentii ignobilmente a me stesso ed al pubblico, asserendo che quella tragedia mi aveva commosso alle lagrime.—Ci vuol del coraggio, miei cari, a rettificare quella vile menzogna e a proclamare che alcune tirate del più patetico, del più appassionato dramma del teatro greco, provocarono in me una ilarità irresistibile!

Quante volte mi è uscito dalla penna: l'inimitabile, l'insuperato Aristofane! Quante volte, ricordando quel grossolano e sguaiato motteggiatore, ebbi anch'io l'impudenza di chiamarlo argutissimo e festevolissimo! Aveva io dimenticato che la più parte de' suoi personaggi si permettono ad ogni tratto di ruttare plebeamente alla barba degli spettatori, quando non scendano in piazza a recitare un turpe monologo, facendo le loro occorrenze?… E questo era l'attico sale, di cui ho parlato così spesso nelle mie enfatiche digressioni sulla greca letteratura!…

Se ora vi dicessi francamente che mai non ho potuto reggere alla lettura di una intera ode di Pindaro; che le veneri di Anacreonte mi parvero il più delle volte scipite; come potrete voi perdonarmi di avere, a dispetto dei moderni poeti, simulato una quasi-adorazione per uno stucchevole ineggiatore di circensi, per un elegante ma monotono cantore di Batilli?

Ma io ho spinto più oltre la rettorica menzognera. Ho espresso degli entusiasmi per le statue di Fidia e di Prassitele… ho arso il mio granello di incenso al genio di Zeusi e di Apelle… Li avete visti mai, questi insigni capolavori dello scalpello e della tavolozza degli artisti greci? Nè anche in sogno.—Come avvenne che sì spesso li abbiate ricordati ed ammirati con tanto entusiasmo?—Polvere pei gonzi.

Passiamo ai poeti ed ai prosatori del Lazio.

Non è più tempo che io vi dissimuli la mia predilezione per Catullo e per Ovidio, sebbene, ogniqualvolta mi occorse fare delle citazioni, dalla mia penna sgorgassero di preferenza i nomi di Virgilio e di Orazio.

Virgilio è in gran credito presso i puristi; Orazio è più elevato ed astruso. Conveniva dunque, a riguardo del primo, secondare l'opinione pubblica, ed attestare, facendo l'apoteosi del secondo, un alto grado di comprensività, dal quale i miei buoni lettori sarebbero rimasti intontiti.

Orazio!—Quand'uno proferisce un tal nome con una certa solennità, è sicuro di ottenere il suo effetto.—Un critico che capisce, che gusta, che all'uopo sa commentare questo famigerato applicatore di epiteti, ottiene legalmente il diploma di erudito.

E non è forse l'Arte poetica, ricostruita da colui sulle tradizioni di Aristotile, che servì per tanti secoli e serve tuttora di cronometro agli inesorabili pedanti della letteratura e della critica?

È ben vero che nessuno ha mai capito, per esempio, quali alte ragioni di estetica impongano che la tragedia debba dividersi in cinque atti piuttosto che in quattro; ma un critico che si rispetta e che vuol farsi rispettare, avrà sempre buon giuoco in faccia ai suoi lettori ogni qual volta, coll'autorità di Aristotile e di Orazio, coopererà all'immobilizzazione di un pregiudizio.