Jarba (al colmo dell’ira). Non statte cane io... Non metter collare...
Acate (da sè). Giove mi aiuti ad uscir dalle grinfe di questo barbaro, che non intende ragione... (forte ad Jarba) Ma non sapete, augustissimo Jarba, che questa è una delle onorificenze più insigni che un monarca possa conferire ad altro monarca? Non sapete che, mettendovi al collo questo cordone dorato, voi diventate cugino del nostro re?
Jarba (ruggendo colla schiuma alla bocca). State palle, palle, palle, sempre palle troiane! (volgendosi ai suoi) Impatronittevi ti questo imbosture, che mi foler metter collare come cane intanto che l’altro porta via pella Titone!
Acate (da sè). Quale idea luminosa! (a Jarba) Ah! voi temete un inganno! Voi diffidate del mio principe! Voi credete che un troiano di sangue sia capace di un tradimento! Voi imaginate che il nomignolo di fido me le abbiano dato per burla! Volete saperlo, dove si trova in questo momento la vostra Didone? Volete che io ve la metta in braccio? Degnatevi, Maestà, di chinare l’augusto orecchio alla portata delle mie umili labbra, ed io vi mostrerò di quali sacrifizii sia capace un troiano per procacciare al futuro regno d’Italia delle alleanze solide e durature.
Jarba (avvicinandosi ad Acate). Foi dite che bella Tittone?... (Acate parla sommessamente all’orecchio di Jarba, che fa gli occhiacci guardando verso la grotta).
Voci lontane.
Addio, mia bella, addio!
La flotta se ne va...
Se non partissi anch’io
Sarebbe una viltà...
Acate (a Jarba). Entrate in punta di piedi.... La grotta è oscura.... non perdete un istante...