Alla sera, nello Stabilimento, non si parlava che di lei. Una stella a Trescorre!—una stella senza marito....! Figuratevi l'agitazione degli eleganti....!
Dopo mezz'ora dal suo arrivo, tutti i lions si erano cambiata la cravatta.
V.
Buona parte di quei lions—perchè dovrò tacerlo?—non rappresentavano il fiore della giovinezza, nè il fiore della eleganza, nè il fiore dello spirito. Erano quasi tutti provinciali nel senso più traslato della parola. Parecchi erano anche affetti di erpete, malattia poco favorevole alle attrattive personali, e avversa più che altre al romanticismo.—Un Narciso milanese—lo chiamo Narciso piuttosto che Tulipano, per usargli cortesia—era, nella comitiva dei bagnanti, il solo giovanotto che avesse le apparenze di un perfetto gentiluomo. Vestiva col buon gusto di Prandoni—mutava rigorosamente di toeletta tre volte al giorno—cavalcava come un palafreniere—sapeva a memoria una diecina di calembours—e suonava con qualche garbo.... una polka. Sulle sue guancie pallide e brune non spuntavano quelle efflorescenze che esigono la cura delle acque sulfuree, od almeno ne accusano gli effetti. Un bel giovanotto—il vero tipo di quei lions, che non hanno altra ambizione fuor quella di sentirsi classificare lions, anzichè bestie di un'altra specie qualunque dal titolo meno sonoro ma più competente.
Secondo ogni apparenza, il nostro Narciso era venuto a Trescorre per fare delle conquiste; fors'anche egli aveva già designata la sua vittima.—Che serve?... Non facciamo misteri!—Egli sapeva che la signora Amelia Della-Rosa doveva recarsi alle acque—e l'aveva preceduta di alcuni giorni per studiare il terreno delle sue evoluzioni, per prepararsi agli assalti.—Che le sue prime prove fossero cominciate a Milano? Che egli avesse già tentato?... Avrei mille ragioni per supporlo.
I miei lettori, dal seguito del racconto, vedranno che la mia supposizione non era infondata.
VI.
Narciso, il mio vero lion, al pari di tutti gli altri che avevano la pretesa ad un tal titolo, dopo aver proiettato sulla signora Amelia una occhiata assassina, corse nelle sue stanze a cambiarsi la cravatta. Anzi, egli si cambiò tutto, dalla cravatta agli stivaletti—e credo anche—ma questa è un'ipotesi assurda—che egli introducesse qualche leggiero cambiamento nel colorito della sua pelle.
Confesso la mia debolezza—quella sera io non ebbi il coraggio di discendere nella sala comune senza prima farmi radere la barba e ritoccare i capelli dal Figaro dello stabilimento.
La bellezza della signora Amelia mi aveva stranamente impressionato. Era stata una commozione subitanea e violenta; un fascino, di cui, per verità, non spettava a lei tutta la gloria—perocchè, a quell'epoca, io avessi appena raggiunti i miei ventidue anni—quell'età solforosa, che non ha bisogno di esca e di faville per infiammarsi ed erompere.