Ma quello di Franz era piuttosto un letargo febbrile, anzichè un sonno benefico e riparatore. La respirazione affannosa, i gemiti, i grugniti, e più che altro le tronche parole lanciate nel buio, rivelavano le crudeli visioni di quello spirito travagliato.
Un poeta, non so quale, chiamò i sogni
Immagini del dì guaste e corrotte...
ma i sogni del povero Franz, piuttosto che immagini guaste, rappresentavano degli appetiti insoddisfatti.
Le parole che più spesso gli uscivano dalla gola erano; maccheroni! polpette! frittura mista! stufato! fesa di vitello! A giudicarne da quei spasmodici accenti, avresti detto che il povero dormiente stesse sfogliando, sotto l'incubo della fame divoratrice, una edizione del Cuoco piemontese o della Serva cuciniera.
Come un poco di raggio si fu messo nella grotta, Joseph si levò sui gomiti—accese spietatamente una candela, e, strappata un'ala dal suo pollo, si fece a mangiare del miglior appetito. Franz aperse gli occhi—vide—si fece livido...
Suo primo istinto fu quello di avventarsi al cappone che stava in mostra sul banco... Ma oltrechè Joseph era dotato di atletiche forze, e vi era pericolo a lottare con lui, Franz, dal suo lato, non era uomo da sorpassare a quei principii di giustizia e di onestà che formavano, malgrado la inflessibilità del suo genio commerciale, le basi del suo carattere.
I suoi occhi dilatati divoravano il cappone. Poi si chiusero—poi di nuovo si apersero... Alla fine, il povero affamato balzò in piedi, e gridò con eroica disperazione:
—Venticinque mila lire—la metà del mio avere per quella roba!
—No! rispose Joseph, addentando la polpa del volatile—nessuna transazione è possibile—i miei generi hanno subìto un non lieve rialzo durante la notte, e tu stesso me ne dai prova—in verità, sarebbe strano che consentissi ad un ribasso... Il mio ottimo maestro ed amico Franz avrebbe ragione di ripetermi, più tardi, che io sono un cattivo commerciante, il quale non sa approfittare delle occasioni... Il mio prezzo rimarrà stazionario—Cinquanta mila lire, nè più nè meno.