Il reverendo cavò di tasca la tabacchiera—fiutò un presa di rapè, levando gli occhi al firmamento—poi, traendo il contino presso il vestibolo della casa parrocchiale:
—Mio buon signore—gli disse con voce melata—se è vero quanto asserite, che la coda del signor Lodovico fu da voi inventata per celia innocente, conviene ammirare in questo fatto la mano sagace della provvidenza, la quale talvolta si serve di un errore per condurre i miseri mortali alla scoperta del vero... Il signor Lodovico era un uomo pericoloso... Le sue massime, i suoi principî potevano scandolezzare gli onesti abitanti della borgata.... È bene ch'egli abbia dovuto ritirarsi.... Sarà prudente non riparlare dell'accaduto, e lasciar correr l'acqua pel suo letto.... Ciò che è fatto è fatto.... Ricordatevi bene, signor contino—e don Cecilio fiutò una seconda presa di tabacco—ricordatevi bene, che quando noi preti ci mettiamo la coda, nè anche il diavolo può impedire che essa produca il suo effetto.
Il contino si inchinò profondamente, e, tornando alla propria abitazione, gli ricorse alla mente un testo latino ch'egli aveva appreso in collegio dai reverendi padri gesuiti: calumniare! aliquid semper manet.—Il qual testo parafrasato verrebbe a dire: quando volete rovinare un galantuomo, inventate pure le più incredibili calunnie—e il mondo crederà sempre!
Cugino e Cugina.
I.
In una bella sera di settembre (non so bene se splendesse la luna) partiva da Monza una carrozza diretta verso Milano.
Sedevano nell'interno quattro persone, tre maschi ed una femmina; e siccome la femmina era più vecchia e più brutta dei maschi, così per evitare la noia del corteggiarla, questi pensarono bene di addormentarsi.
—Come russano questi animali! borbottò fra le gengive la vecchia peccatrice. Poi, lanciando uno sguardo obbliquo al cabriolet, e raccolto il magro ossame in un gran scialle di chachemire, cominciò a russare più sonoramente degli altri.