—La mamma dorme, mormorò Onorina.
—Mi pare che dormano tutti, rispose Federico. Onorina e Federico erano due ragazzi, la prima di dodici anni, l'altro di dieci, ed erano belli entrambi come due bellissime rose appena sbocciate. Il volto di Onorina, sebbene conservasse le tinte ancora freschissime, avea nondimeno perduta quella vernice infantile, che le donne bionde conservano talvolta oltre i quattro lustri.
I capelli acconciati con qualche ricercatezza, scendevanle, come due ale di corvo, dalla fronte fin sotto l'orecchio, dando alla sua fisonomia una espressione piuttosto severa. Quando una fanciulletta di dodici anni si pettina come una donna di venti, ed assume il contegno d'una piccola matrona, è indubitabile che ella ha già perduta buona dose d'innocenza battesimale. O la notte ne' sogni, o il giorno nei fanciulleschi sollazzi, per qualche malcauta paroluzza sfuggita alla governante in un momento di cattivo umore, ad Onorina si erano già svelati certi misteri, la cui completa ignoranza mantiene sulle guancie degli adolescenti il sorriso dei cherubini. Oh, come è funesta la scienza del bene e del male ad un'Eva di dodici anni!
I garzonetti, meno precoci nello sviluppo delle facoltà organiche ed intellettuali, si dedicano più tardi a certi studi fisiologici, cui il nostro malvagio istinto ci trae naturalmente. Federico, sebbene educato in collegio, non aveva fino a quel giorno sospettato che sulla terra vi fossero altri sollazzi oltre il giocare alla palla e percuotere un paleo. Egli amava Onorina come si ama una gentile cuginetta, la sola che dividesse i suoi trastulli nei mesi delle vacanze. Talvolta, senza malizia veruna, se la faceva montare a cavalcioni sulla groppa, e, sotto una tempesta di frustate che la cattivella non lasciava mai di somministrargli, correva.... correva anelante pe' viali del giardino, finchè sfiniti di forze rotolavano entrambi sull'erbetta. Quel giocherello pericoloso non esercitava sull'anima di Federico veruna influenza morale. Troppo egli sapeva investirsi della parte che rappresentava: per Onorina egli era un cavallo e nulla più; tantochè, affaticato dalle corse, e dogliosetto per le frustate ricevute, ogni sera egli si separava da lei per dormire saporitamente, e ricominciare all'indomani gli interrotti sollazzi.
II.
La vacanza era finita; Onorina e Federico tornavano quella sera a Milano in compagnia dei parenti, che come ho detto più sopra, si divertivano russando nell'interno della carrozza. I due fanciulli occupavano il cabriolet, e pareva non avessero alcuna voglia di dormire e tanto meno di starsene zitti; perocchè l'aria della sera e il moto della carrozza, che ai vecchi dà sonno, ravviva all'incontro lo spirito degli adolescenti, che simili ai verginelli fiori si drizzano e rinverdiscono alla frescura delle rugiade.
—Come le vacanze passano presto! sospirò Onorina, levando gli occhi al firmamento.
—Fra pochi giorni torneremo al collegio...
—Dieci mesi di reclusione.... e di studio!
—E tu studii, Federico, quando sei in collegio?