—Figliuol mio, tu mi costi un occhio della testa. Dal giorno che io e tua madre ti abbiam dato alla luce, ho speso pel tuo mantenimento fisico ed intellettuale diecimila cinquecento trenta lire e sessanta centesimi. È inutile che io ti faccia notare che più cresci in età, e più danaro mi consumi. Ad opera finita mi verrai a costare ventimila lire incirca; somma considerevole, che tu, quando avrai compiuto il corso degli studi, non saprai riguadagnare in vent'anni d'avvocatura. Comprendi tu l'importanza e la gravezza dei sacrifici paterni?
—Sì, papà.
—Io potevo destinarti ad un'arte volgare; e forse a quest'ora tu saresti un eccellente falegname, o un sarto, un parrucchiere, e guadagneresti di che vivere col frutto delle tue fatiche, ed io sarei esonerato da ogni dispendio. Tu desiderasti addottorarti in ambo le leggi: io non mi opposi alla tua vocazione. Bada però che siamo ancora in tempo a far un passo addietro, e se quest'anno non metti la testa a partito, se, trascinato dal tuo mal genio, o corrotto dalle cattive pratiche, non corrispondi alle speranze ch'io ho di te concepite, l'anno venturo ti mando senz'altro a bottega. Lo studio dell'avvocatura non presenta grandi difficoltà; a' miei tempi ho veduto addottorarsi certi pecoroni, che in zucca non aveano due grani di sale; eppure oggigiorno essi occupano cariche distinte, e sanno farsi pagar caro anche dai clienti che mandano in rovina. Ma io so che lo studiare non ti incresce, e da questo lato me ne sto tranquillo...
—Sì, papà.
—Ciò che mi preoccupa maggiormente è il pensiero della tua condotta economico-morale. Ah! quella benedetta economia! Essa è il fondamento di tutto lo scibile umano. Io credo che, a' miei tempi, un giovane regolato, in Pavia, poteva passarsela assai bene con venticinque soldi il giorno, o poco più. È una città dove si vive anche oggigiorno a buon patto; vi sono delle trattorie dove per quindici soldi si hanno due piccole, la minestra e il giardinetto. Il vino (di cui però ti consiglio ad astenerti), costa a un dipresso sei soldi al boccale; come tu vedi, si può quindi con venti soldi circa fare un pranzo lautissimo. Anche gli alloggi sono a buon prezzo; io spero trovarti una camera decente per lire quindici al mese. Ecco dunque, pel prezzo di quaranta lire al mese, proveduto di pranzo e d'alloggio. L'altre spese di colazione, cena, lavatura di biancheria, libri, penne, ceralacca, zolfanelli, ponno ammontare ad altre quindici lire; si aggiungano altre due lire pei minuti piaceri, ed ecco con sessantadue lire te la passi da principe. Non ti pare che io abbia ben calcolato?
—Si, papà.
—Cionondimeno io voglio essere largo. Io ti ho destinata una pensione di lire ottanta, che riceverai regolarmente, di trenta in trenta giorni, dal mio corrispondente. Sai tu che a Milano, con ottanta lire al mese, vivono molti impiegati, i quali hanno moglie e figliuoli, e fanno una bella figura nel mondo?...
—Si, papà... fanno delle belle figure!... borbotta Annibale fra i denti.
—Nella valigia troverai una macchinetta per cuocere il caffè, la stessa di cui mi sono servito io quando studiava all'Università. Il caffè è una bevanda eccellente per isvegliare lo spirito dopo tre o quattro ore di profondo studio; nondimeno ti consiglio ad usarne con moderazione. Una tazza ogni mattina, due tre fette di pane, ed ecco hai fatta una colazione più che sufficiente. Durante il giorno non ti consiglio di farne uso, tranne in caso di indigestione; ma un giovane costumato e dabbene non deve andar soggetto alle indigestioni. Con un pranzo di venticinque soldi, si previene qualunque indisposizione di tal genere; nella valigia troverai tanto caffè e tanto zuccaro quanto ti potrà bastare per due mesi. Posso io sperare che non abuserai delle larghezze paterne?