—Sì, papà.

—Avverti bene, figliuol mio, che noi non siamo ricchi. Tu hai quattro fratelli e tre sorelle, alla cui educazione io debbo pensare. Alla mia morte d'altro non vi lascio eredi che d'un nome onorato; in altri tempi il nome era un capitale, al giorno d'oggi gli è quasi una passività. Oh! potessi prima di chiuder gli occhi all'eterno sonno, vedere i miei figli ben avviati! È l'unico compenso che io vi domando, in mercede del tanto che ho già fatto, e che farò per l'utile vostro. Annibale, tu devi precedere gli altri coll'esempio... tu puoi colla tua condotta essere il decoro ed il sostegno della nostra famiglia, o immergerla nella desolazione e nella miseria. Sovvengati della tua povera madre... dei savi consigli ch'ella spesso ti ripeteva... e dirigi ogni tua azione come s'ella ti fosse presente.

—Sì, papà.

Annibale era commosso. La memoria della madre perduta fece in quel giovine cuore di diciannove anni maggior impressione che non i calcoli e le esortazioni precedenti. Egli profferì mentalmente la promessa di essere mai sempre costumato e studioso, e in pari tempo si asciugò una lagrima dalle ciglia. L'avvocato Griffanti, attribuendo la commozione del figlio all'effetto delle sue eloquenti parole, sorrise di compiacenza e d'orgoglio. Il padre e l'avvocato non avevano ottenuto mai un più grande trionfo.

Quando piacque al cielo, la vettura giunse alle porte di Pavia. Trovata una camera decente, Annibale vi fece trasportare la propria valigia, poscia in compagnia del padre si recò a pranzare in una modesta trattoria, dove malgrado tutte le osservanze economiche, vennero a spendere circa dieci lire.

Un'ora dopo, l'avvocato Griffanti ha risoluto di tornare a Milano. Annibale riceve colla massima compunzione le ottanta lire della pensione e un centinajo di consigli più meno seccanti; il padre ed il figlio si abbracciano teneramente; questi si avvia passo passo alla sua abitazione, e poco dopo s'affaccia alla finestra zufolando, unico mezzo di distrazione per chi non è abituato a fumare dieci o dodici zigari al giorno.

Ed ecco tre studenti vengono a passare sotto la finestra. L'un d'essi è un intimo amico di Annibale, un capo sventato, già celebre al liceo di Sant'Alessandro, per poca volontà di studiare e moltissima volontà di divertirsi.

—Buon giorno, Annibale!

—Oh! tu pure all'Università?