Joseph soffiò sulla candela, e si rannicchiò nel suo covo in preda ai più foschi pensieri.—In verità la sua situazione, malgrado i cinquantamila franchi intascati, era divenuta assai buia.
All'indomani, verso l'alba, i due colleghi facevano colazione. Franz macinava flemmaticamente coi denti il collo del volatile.—Joseph, abbandonandosi al suo fiero appetito, consumava gli ultimi avanzi della pagnotta... Non gli restavano, pel pranzo, che le ossa spolpate del carcame.
Trascorsero parecchie ore... Franz non abbandonava il suo posto, non profferiva parola, non si permetteva il più leggero movimento. Obbedendo ai dettati della scienza, egli si guardava da qualunque atto potesse alterare l'economia della sua vitalità. Egli sapeva troppo bene che l'inerzia e il silenzio ammortiscono l'appetito.
Sul far della sera, il suo orecchio fu colpito da uno strano rumore. Rabbrividì—sorse in piedi...
—Oh! sta a vedere, che gli zappatori arrivano in mal punto a guastare i miei calcoli!
—Così parlando uscì dalla grotta per esplorare...
Era il povero Joseph che si apprestava l'ultimo pranzo, macinando fra due pietre il carcame del pollastro...
A quella vista gli occhi di Franz sfavillarono.
Poco dopo, Joseph rientrò nella grotta, e avvolgendosi nel cappotto, non potè reprimere un accento di desolazione: