IV.

Pochi giorni dopo, Valentina riceveva da Clotilde la lettera seguente:

«Mia buona amica,

«Io ti aspettava il giorno delle mie nozze; invece mi pervenne un laconico biglietto, pieno di frasi tronche e sconnesse. Debbo credere che dopo quindici giorni di matrimonio.... tu sii già la più sventurata fra le donne? Via! Fu un quarto d'ora di cattivo umore....! Spero ricever presto un'altra lettera tutta ingemmata di gioconde ed amabile cose. Frattanto, se il sapermi felice può recarti qualche dolcezza, sappi che dal giorno delle mie nozze infino ad oggi, per me la vita fu un seguito di piaceri. Oh, come a torto il matrimonio fu chiamato da alcuni la tomba dell'amore! Se in Alfredo pochi giorni sono io amava il fidanzato, oggi in lui adoro il marito, e col succedersi dei giorni, delle ore, dei minuti, scopro in lui pregi, che vieppiù me lo rendono caro.

«Compiuta la cerimonia nuziale, noi ci recammo alla casa di mio padre, e dopo un lieto convito, a cui intervenne una scelta brigata di parenti e di amici, partimmo alla volta di Milano. Alfredo non volle che alcuno ci accompagnasse. Nulla infatti è più incomodo e più imbarazzante per due innamorati quanto la presenza di persone estranee. No, diceva Alfredo, noi non consentiremo all'avida curiosità dei profani lo spettacolo di queste prime, ineffabili gioie! Noi partiremo soli pel nuovo pellegrinaggio d'amore a cui Dio ci ha chiamati; l'oscena celia, l'equivoco motteggiare degli stolti contaminerebbe la purissima atmosfera che ne circonda, o sfoglierebbe le rose della ghirlanda che io ti posi sul capo.

«Mio padre, mia madre, tutti i nostri parenti ed amici si levarono dal banchetto, e ci accompagnarono alla vettura. Mia madre versò un torrente di lagrime; ella non si restava dal baciarmi e dallo stringermi fra le braccia; poi, volle abbracciare anche Alfredo, e, quando la vettura si mosse per partire, ella levò le sue scarne braccia in atto di benedirci.

»—Amatevi, amatevi sempre, figliuoli miei: tali furono le ultime parole della buona vecchia; Alfredo, fate felice la mia figliuola.

»Allora lo sposo mi avvinse fra le sue braccia, e così abbracciati sparimmo allo sguardo dei circostanti.

»Tu pure, o Valentina, avrai provate le celesti emozioni di quel primo abbandono, di quei primi trasporti d'amore. V'ha egli nella vita nostra un istante di maggior felicità? Amarsi, e trovarsi isolati dal mondo intero, liberi, senza paure, fidenti nell'avvenire! Sapere che l'uomo a cui consacrasti il tuo cuore, l'uomo, che stringi fra le tue braccia, sarà per te un compagno inseparabile, l'amico della tua giovinezza, il sostegno de' tuoi vecchi giorni; e intanto, respirare l'alito della sua bocca, fremere con lui di una ebbrezza voluttuosa, e levando gli occhi al firmamento senza trepidanza e senza rossore, poter dire coll'intima convinzione dell'animo: Queste nostre gioie fanno sorridere gli angioli, e lo spettacolo dei nostri amori rallegra gli abitatori del cielo!

»Giungemmo a Milano a due ore di notte. Quando la vettura si fermò presso la nostra abitazione, il portinaio e sua moglie, con un seguito di vispi fanciulletti, mossero ad incontrarci. Viva gli sposi! battendo palma a palma, gridavano i fanciulli. La portinaia ci accompagnò al nostro appartamento. Entrammo in una sala decorata modestamente, ma con molto buon gusto; di là passammo nella camera da letto.