Seregno 18 settembre 1860.»


VIII.

Alfredo Leoni a Valentina Montorio.

«Vi annunzio con sommo rammarico la dolorosa perdita, che oggi abbiamo fatta della nostra povera Clotilde. Sono troppo oppresso dal dolore per aggiungere altre parole. Questo angelo di bellezza e di bontà si è diviso per sempre da noi. Io non seppi renderla felice; pure io l'ho sempre desiderato ardentemente, e per lei avrei sacrificata la mia vita. Lasciommi un'unica figliuola, un fiore gentile che noi generammo nei primi trasporti del nostro amore, e che, per esser cresciuta fra le lagrime, non è però men bella nè men cara al mio cuore. Qualche giorno, se mi permetterete di farvi una visita, io voglio che voi pure la vediate.... la mia Carolina. Ella somiglia a sua madre nel volto; spero educarla in modo che divenga simile a lei anche per le qualità del cuore. Vivrà oscura ed ignorata fin quando ella non sia in età da prendere marito; poi l'unirò a qualche onesto artigiano od a qualche campagnuolo laborioso e dabbene. Una trista esperienza mi ha convinto che il matrimonio è fatto o per gli uomini che posseggono grandi ricchezze, o pei semplici operai e coltivatori dei campi. Chi alla propria sposa altra ricchezza non può offrire se non un cuore pieno di poesia e di amore, diviene necessariamente il peggiore dei mariti.

Vostro devot. amico
Alfredo Leoni.»

Milano, 30 ottobre 1860.»

IX.

L'autore a Luigia B....

«Mi congratulo teco di vero cuore pel tuo prossimo matrimonio. Tu non hai voluto aspettare che io venissi al possesso di cinquecento mila lire, e non so darti torto; giacchè dopo quella conversazione poco sentimentale a bordo della nostra favorita barchetta i miei capitali son rimasti stazionari. Dieci lire più dieci lire meno, come tu vedi, si guazza sempre nelle medesime acque.