Era proprio una bella sera d'estate. Una pioggia abbondante aveva rinfrescato l'atmosfera; i passerotti correvano pipilando dal giardino alle tettoie, e dagli alberi scossi leggermente da un fresco venticello cadevano i goccioloni come un nembo di perle. Chi non è pago di questo schizzo, vi aggiunga una fetta di luna, una dozzina di stelle, tre o quattro rossignoli che gemano d'amore, un ruscelletto che mormori fra l'erbe—ed avrà il quadro compiuto.

Cionullameno, per un reddivivo, quella non era una serata troppo propizia. Grazie alla cortesia degli eredi (che sogliono seppellirci pressochè ignudi sia la state come il verno), il povero Lanfranchi, attraversando le vie del nativo villaggio senz'altro indumento che quello del proprio epidermide, dibatteva le gengive, come un ragazzetto di cinque anni che s'avvia alla scuola sotto la fiocca del mese di gennaio.

Gli antichi (confessiamolo a nostra vergogna) trattavano i loro morti più generosamente di noi. Nella cassa del morto essi collocavano eccellenti pasticci freddi, bottiglie di vecchio falerno, pietre preziose e monete di vario conio, onde se mai quei tapinelli si fossero desti alla vita, avrebbero trovato di che confortarsi lo stomaco, e provvedersi una tunica per far buona comparsa nel mondo. Dal modo che noi usiamo trattare coi nostri morti si direbbe che abbiamo una paura terribile di vederli un giorno o l'altro ricomparirci dinanzi. Diffatti, appena uno de' nostri congiunti ha esalato l'ultimo soffio, noi ci diamo premura di involgerlo in un lenzuolo, di legargli i piedi e le mani: quindi, dopo poche ore, di inchiodarlo ben bene in una solida cassa, e gittarlo in una fossa profonda, dalla quale, s'egli avesse la vitalità, la forza e l'energia d'un Ercole, non potrebbe evadere per verun modo. Per buona sorte, le leggi hanno prescritto l'indugio delle ventiquattr'ore; senza di che, io credo sarebbe maggiore il numero de' sepolti vivi che non quello dei morti.

—Quand'uno è morto non è possibile ch'ei torni al mondo, dirà taluno crollando il capo.

Dite piuttosto quand'uno è sepolto: ed anche su tale proposito potrei farvi qualche eccezione... Ma, via! non perdiamoci in digressioni, e narriamo la nostra istoriella.

II.

Chi era Eugenio Lanfranchi? Un uomo di trentacinque anni, bello della persona, onesto, cortese, vero modello d'ogni virtù. Morendo, egli aveva lasciato sulla terra una sposa ancor giovane ed avvenente, un fratello ed una sorella che molto lo avevano amato e che già da sei mesi si struggevano in lacrime e vestivano a lutto.

—Qual dolce sorpresa pe' miei cari parenti, qual gioia nel rivedermi! Mia moglie! Mio fratello, mia sorella... essi che mi amano tanto... essi che al letto di morte mi prodigavano tante cure, e piangevano inconsolabili nel darmi l'ultimo addio! Sarà una festa di famiglia... Mi correranno incontro, mi opprimeranno di baci e di carezze... Ah! non vorrei che la consolazione soverchia fosse causa di qualche malanno! Bisognerà ch'io mi presenti colle cautele dovute... Mia moglie sopratutto...! La mia tenera Carlotta... Da dieci giorni ella ha cessato di visitare la mia tomba... Forse il soverchio dolore ha consunto le sue forze... e, sola, estenuata dalla malattia, implora dal cielo il favore di scendere con me nella tomba, per starmi a lato eternamente... Ma io giungo in tempo... Solleva, il capo illanguidito o troppo sensibile creatura; ravvisa il tuo sposo... il tuo amante... l'oggetto de' tuoi desideri...

Con tali pensieri, il nostro reddivivo s'è avvicinato alla porticella del giardino, di quel giardino, ove, nelle ore melanconiche del tramonto, egli veniva a sedere ogni giorno presso la sposa adorata, inebriandosi delle sue carezze e de' suoi baci.

Una voce soave e melanconica ferisce il suo orecchio. Quella voce ha proferito il nome di Enrico.