Enrico Lanfranchi porgeva orecchio a quel dialogo, e di tratto in tratto si asciugava una lagrima.

—Povero Enrico! esclamava Mariuccia; ho sofferto tanto quand'egli è morto... ed ora... Lungi questo pensiero abbominevole!.... Benediciamo alla memoria di quel poveretto... Egli contempla dal cielo la mia felicità, e ne gioisce... Mi amava tanto... Pure quando io penso... che s'egli vivesse ancora... il nostro matrimonio non potrebbe aver luogo... Ah! come l'amore ci rende egoisti! Enrico... fratello mio... perdonami questo orribile pensiero.

—Io ti perdono, onesta fanciulla, disse Enrico soffocando le lagrime a stento; e per verun conto non vorrei turbare la tua gioia innocente. Sposati all'uomo che adori e vivi felice; la mia morte ti ha recato qualche vantaggio; se io fossi vissuto più a lungo, ora entrambi saremmo forse infelici.

Tutto commosso di tenerezza e di affetto, Enrico stava sul punto di uscire dal nascondiglio e presentarsi ai due fidanzati; ma temendo che la sua improvvisa apparizione non disturbasse la gioia di quel dolce colloquio, si trattenne; e prorompendo in lacrime dirotte, si lasciò sfuggire per la prima volta dal labbro queste parole:

—Quale stolido capriccio fu il mio di abbandonare il cimitero, ove dormiva sì tranquilli i miei sonni, per venir qui.... a disturbare il sonno e la felicità dei viventi?

IV.

Verso mezzanotte, i due fidanzati si separarono ricambiandosi mille teneri baci; Mariuccia chiude le imposte, e Lodovico si allontana zuffolando lietamente come un passero testè sfuggito alla gabbia.

—Non monta, dice Enrico sbucando dal nascondiglio: farò una visita a mio fratello, ed a norma del suo contegno, prenderò la risoluzione che più mi parrà conveniente.

Fatta una breve conversione a sinistra, il dabben uomo tocca il limitare della propria casa. Batte tre colpi; il cane gli risponde dagli atrii con urli di allegrezza; poco dopo la porta si spalanca, e il vecchio portinaio in mutande e berretto da notte comparisce sulla soglia.