Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l'allievo.

Passarono settimane—passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro, nel medesimo salottino—ma l'uno non osava rivolgere all'altro la parola—si guardavano in silenzio come due muti. Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l'uso della favella.

—È tempo che ciò finisca!—esclamò finalmente il vecchio Samuele. E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo triste letargo, e ripetè meccanicamente le parole del maestro—«È tempo che ciò finisca!»

Si separarono—e ciascuno andò a coricarsi.

All'indomani, quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.

—Samuele! mio buono... mio ottimo Samuele!—gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.

Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.

Vi sono dei silenzi profondi che annunziano la morte.

Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista una intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.

La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale—i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia accuminata che pareva erigersi al cielo.