Il suicidio è una grande follia, forse... un delitto; ma le follie e i delitti qualche volta rappresentano l'unico sintomo vitale di una generazione. Le anime candide e serene, che respirano l'amore, hanno bisogno, per rattemprare la loro fede, che qualcuno sparisca dal mondo per aver troppo amato. L'amore è la religione del cuore; è necessario che essa abbia i suoi martiri.
Era un giovane suonatore di tromba, nato—se non m'inganno—sulle coste della Dalmazia, e venuto adolescente a domiciliarsi in Venezia, dove all'età di venti anni aveva preso posto nell'orchestra del teatro la Fenice.
Paolo Rubly aveva sortito dalla natura una di quelle fisonomie caratteristiche, le quali, in chi le abbia vedute una volta, lasciano una impressione indelebile.
Mi ricordo di esser partito con lui da Venezia, nell'estate del 1857. Egli recavasi a Padova per suonare alla fiera del Santo; io doveva proseguire sino a Milano.
Appena lo vidi entrare nella sala d'aspetto, i miei occhi, il mio cuore, tutta l'anima mia furono assorti in lui e nella giovine donna che si appoggiava al di lui braccio.
La più parte dei viaggiatori, vedendolo entrare nella sala, rimasero ugualmente impressionati. Nel volto di tutti io lessi una commozione di vivissima simpatia.
—Chi sono?—domandai ad un signore veneziano che li aveva salutati.
—È il Rubly... un professore della Fenice.... un bravo professore di tromba; e la poveretta che gli sta al fianco è sua moglie—una sposina da tre mesi che forse non ne vivrà altrettanti.
—Voi credete, signore?
—Guardatela bene, e vedrete che non c'è luogo ad illudersi.... Là dentro ci lavora il mal sottile da un pezzo.