Il Rubly scese a terra.
—Ah! siamo dunque arrivati! Grazie... Paolo!...come si sta bene qui... Oh... qui... non si può morire.
—Vedrai... vedrai la bella stanzetta che ti ho preparata! No... non muoverti, Maria!... Lascia aprire la porta... e poi... Ecco... hanno aperto!... Ora vieni!...
Così parlando, il Rubly si prese fra le braccia la donna, e questa si abbandonò a lui come una bimba dormente—e così entrarono nella casetta, e salirono al piano superiore.
«Che Iddio le renda la salute»—esclamò una giovane donna, facendo il segno della croce.—I fanciulli, che erano accorsi festosamente all'arrivo della carrozza, d'un tratto ammutirono. Un vecchio prete crollò la testa mormorando: «Sarà bene che io non mi allontani!»
Il Rubly frattanto entrava in una cameretta al primo piano, e, deponendo sovra un candido letticciuolo la gracile creatura che non aveva parlato sin là—qui starai bene—diceva—qui vivrai felice, Maria! Domattina verranno gli uccelletti a svegliarti come il giorno... ti ricordi?—Fu appunto in una stanzetta come questa che noi ci siamo destati all'indomani del nostro matrimonio... Tu hai schiuse le finestre allo spuntare dell'alba ed hai esclamato: come il mondo è felice!
Maria aperse gli occhi—portò la mano alla fronte di Paolo, e, accarezzandogli i capelli—è tempo che tu ti riposi, gli disse, son due notti che non dormi—va!—domattina sarai tu che aprirai le finestre; sarai tu che farai entrare nella stanza la bella luce dell'alba. Se dormo, svegliami... Vedrai come sarò bella... come sarò allegra domani!
La tisi ha un presagio infallibile di morte, la gioia. Quando il povero Rubly si destò all'indomani, quando ebbe schiuse le finestre per dar adito alla luce, chiamò dolcemente per nome la sua Maria, ma questa non rispose. La chiamò una seconda volta baciandola in fronte, ma le sue labbra sentirono in quel bacio i geli della morte. Dalle finestre si versava nella stanzetta il tripudio mattutino della natura; ai riflessi di quell'alba, il mondo pareva ancora felice, ma nell'anima del Rubly entrava la notte e la disperazione. A Padova, a Venezia, si disse per alcun tempo che il professore di tromba del teatro la Fenice aveva smarrita la ragione. Era altresì corsa voce ch'egli si fosse suicidato sulla tomba della sua donna. Fatto è che dopo la morte di Maria, il Rubly divenne invisibile nel paesello dov'era accaduta la dolorosa catastrofe; nessuno ebbe più nuove di lui; non vi era quindi chi fosse in grado di darne agli altri.