Il direttore dell'orchestra impallidì—egli non ricordava di aver udito mai tanta potenza di suoni; gli pareva che quello squillo di tromba rappresentasse qualche cosa di sopranaturale, di divino.—E poichè nessuno alla fine di quel pezzo si levò per applaudire, tanto era lo stupore e lo sgomento di tutti, il Mariani, nel cupo silenzio della sala, si volse al Rubly:—«Quando Iddio avrà bisogno di una tromba per evocare dagli avelli i trapassati e chiamarli al finale giudizio, non potrà affidare meglio che a voi la solenne missione—voi siete predestinato ad essere l'arcangelo del giudizio universale.»

A tali parole, insorse dall'orchestra e dal palco scenico un grido di approvazione.—Il Rubly non si mosse dal suo posto. Solamente affissò il direttore dell'orchestra colla espressione del dubbio e della speranza.—Poi abbassò il capo, e, stringendosi al petto lo strumento col trasporto d'un amico che abbraccia l'amico—ora, a noi due, esclamò sospirando—il momento è venuto!

All'indomani, gli artisti del teatro erano convocati alla seconda prova—il Rubly non comparve. Al direttore dell'orchestra fu presentata una lettera nella quale era detto: «perdonate se oggi manco ai miei impegni—io sono chiamato altrove da una necessità prepotente—se non torno fra ventiquattro ore, non contate di rivedermi più mai.» È egli necessario di aggiungere che quella lettera portava la firma del Rubly?...

E voi avete già indovinato, o lettori, quale via abbia preso il povero suonatore di tromba.—Non chiamatelo pazzo—questa parola rappresenta la nefanda calunnia con che lo scettico mondo pretenderebbe demolire tutte le grandi e generose passioni. Il Rubly era dominato dall'esaltazione dell'amore.

Arrivò nel paesello a un'ora di notte—visitò divotamente la camera dove era morta la sua Maria; poi andò tutto solo a vagare nei campi infino a quando dalle ville, dalle colline non si intese più suono di voce umana.—Il di lui volto, come il modo di camminare, nulla presentava di strano. Era calmo, sereno. Portava sotto le ascelle la sua tromba involta in una tela verde.

Innanzi che battesse la mezzanotte, per una stradicciola obliqua, egli si diresse verso il piccolo Campo Santo che sottostava alla collina.

Il paesello bianco, illuminato dalla luna, era muto. I viventi dormivano come i morti—le case non erano più animate delle tombe.

Si accostò al muricciuolo—si guardò intorno—poi in un lampo lo sorpassò—Le croci erano scarse in quell'ultimo asilo dei poveri—ma una ve n'era, più bianca delle altre e costeggiata da un'ajuola di fiori.—Il Rubly si diresse a quella. Là, da circa un anno, giaceva la sua Maria.

Si inginocchiò dinanzi alla croce, e curvata la testa, parlò sommessamente, come un giovane parla all'orecchio della sua innamorata. Dei suoni indistinti, dei susurri quasi impercettibili si alzavano dalle zolle.—Forse quella ardente fantasia di innamorato credette udire degli accenti conosciuti.

«Io sono venuto, Maria!... Perdonami se mi sono fatto aspettare... Io ho sofferto al pari di te. Ma oramai non è più possibile che noi viviamo disgiunti—o tu verrai meco o io non partirò più da questo luogo.»