Batteva la mezzanotte.—Il Rubly si alzò in piedi, e levato l'involto alla sua tromba, la portò alle labbra, e cominciò ad emettere degli squilli pieni di un fascino sovrumano. Non si può descrivere l'effetto di quei suoni, lanciati così improvvisamente a traverso i silenzi della notte, e ripercossi con varie gradazioni dagli echi delle case e delle colline.

Quegli echi parevano la risposta dei sepolti, il gemito della umanità tutta intera che da un sonno profondo e misterioso si riscuote ai terrori della vita.

Il villaggio sovrastante al cimitero si destò ai primi squilli—le finestre si illuminarono—si vedevano, attraverso la luce, agitarsi delle creature umane che avevano l'aspetto di ombre.

Il Rubly, già stranamente impressionato dagli effetti sonori della propria tromba, parve ravvisare in quella reale agitazione di viventi il miracolo della risurrezione. Le upupe e le strigi, che spaventate battevano le ali mandando strida sinistre, crescevano le illusioni di quella scena fantastica...

Vi fu un momento in cui gli squilli della tromba divennero spaventevoli. Le case dei viventi risposero con un grido di terrore.

La era l'ultima crisi di un sublime delirio. A poco a poco, i suoni rallentarono; la disperazione parve placarsi, gli accenti illanguidirono e l'ultima voce limpida e amorosa, come la nota di un flauto, fu simile all'ultima favilla di una face che si spegne.

Gli abitatori del villaggio chiusero le finestre, e si ritrassero nelle loro stanze.

All'indomani, verso l'alba, il curato ed il sacrista entrarono nel Campo Santo, e quivi trovarono il povero Rubly abbracciato ad una croce di marmo. Lo chiamarono a nome, lo scossero leggermente. Quella nobile fronte era piena di sorriso e di luce, ma irrigidita dalla morte.

La promessa di due anime innamorate si era compiuta.—Maria non era tornata al suo Paolo, ma questi era andato a lei.