Entrai nella mia camera e pranzai coll'amico. E, dopo il pasto, levai dai bauli i miei ridicoli abiti da concertista, e indossai alla mia volta quell'aristocratica uniforme che uguagliando il gentiluomo al parrucchiere ed al garzone di trattoria, ottiene i primi onori nella società moderna, e viene considerata come una bardatura indispensabile a chi frequenta le grandi sale.
Alle ore otto e mezzo della sera la sala dell'albergo era colma—tutte le ragazze di Nyon—tutte!—e lo ripeto ad onore dell'amico—sedevano nella sala, intorno al pulpito predominante.
Io entrai senza farmi annunziare.
Strisciai tra la folla degli abiti neri, colla schiena ricurva e gli occhi dimessi... Salii i quattro gradini dei pulpito; e fatto un leggiero inchino del capo, poichè tutti gli occhi furono a me volti, e il silenzio degli spettatori parve chiedermi la parola, spiegai sul tavolo una cartolina, nella quale erano riepilogati i miei pensieri, e con voce sonora proferii il seguente discorso:
VII.
«Se innanzi a voi, gentilissime donzelle e nobili signore di Nyon, io mi presento a difendere l'onore e la fama di quella grande famiglia artistica a cui mi glorio d'appartenere: la carità dello scopo varrà a giustificare l'audacia dell'assunto, e voi di leggieri mi perdonerete se, togliendovi agli ozii delle pacifiche dimore, v'ho qui stassera chiamati a consiglio. Malagevole cosa è per me il combattere un pregiudizio oramai incallito nei vostri cervelli; nè io presumo tanto dalla eloquenza mia, da tenermi sicura la vittoria. Ad operare sì grande rivolta d'idee, non che le mie deboli parole, insufficienti tornerebbero le miracolose gesta degli antichi profeti: tanto l'uomo è ritroso a salire anche d'un solo gradino la scala del progresso e della civiltà. Ma s'egli è pur necessario che alcuno vi dia la prima spinta, a ciò mi adoprerò col seguente discorso, nel quale, dopo avervi dimostrato che l'arte del canto è le più antica e la più nobile delle arti, e in qual pregio fosse tenuta e tengasi tuttora dalle nazioni più incivilite; vi proverò con argomenti incontrastabili come un cantante, pelle sue doti fisiche e morali, non possa a meno di riuscire un valoroso e comodo marito. (Tumulto nelle ultime file). Vi conforti però il pensiero, che, quando anche io riuscissi a modificare le vostre opinioni e a conciliarmi d'un tratto l'universale simpatia, mi asterrò dallo importunarvi con proposte di matrimonio; io soffocherò nel petto quelle dodici fiamme d'amore, che pur troppo vi divamparono dal giorno in cui il tacco del mio stivale si è posato per la prima volta su questo vulcanico suolo. (Movimento nelle prime file). Scoraggiato da molte ripulse, io feci voto di eterno celibato. (Sensazione). Domani lascierò per sempre queste ridenti spiaggie del Lemano, e simile ai nostri primi padri esulanti dall'Eden, io porterò meco l'amarezza nel cuore e le lagrime sulle ciglia. Ma se la giustizia della causa darà qualche efficacia alle mie parole, forse in luogo dello sprezzo e dell'odio, mi seguiranno i voti e il compianto di qualche anima convertita. (Tosse e starnuti). Un giorno... qualche mio confratello... peregrinando a queste terre, troverà presso di voi quell'accoglienza cortese che a me... fu negata. Allora non più le grazie si involeranno sdegnose ai baci ed agli amplessi d'un figlio d'Apollo, ma gli moveranno incontro con festevole gara, per aprirgli cortesemente i nascosti tesori della bellezza. (Agitazioni e contorsioni nelle prime file). Oh, in quel giorno... vi sovvenga per me una parola di benedizione... La vostra pietà, benchè tarda, sarà balsamo alle crudeli ferite che oggi mi avete aperte nel cuore. (Breve pausa).
»Il canto è il linguaggio più naturale dell'uomo.
»Non mi sarebbe difficile il convincervi come i nostri primi padri si intendessero fra loro a forza di scale e di solfeggi, non altrimenti che le allodole ed i fringuelli. Ma quando, insieme cogli altri peccati, nacquero gli odii e le guerre fra gli uomini, la musica divenne impotente ad esprimere i nuovi bisogni e le nuove turpitudini: le note si urtarono disaccordi, e cessata ogni armonia dei cuori cessò di conseguenza anche la dolce armonia del linguaggio. Allora fu inventato l'alfabeto; allora convenne torcere le labbra e contrarre la bocca all'accozzo delle aspre consonanti, ed a forza di complicazioni e di bisticci gli uomini giunsero al punto di più non comprendersi fra loro. La molteplice varietà delle lingue dimostra evidentemente come esse nascessero dalla discordia e dal capriccio, piuttosto che da un naturale istinto dell'uomo, mentre alla musica è concesso tuttora il privilegio di essere compresa ugualmente da tutta la famiglia umana. L'Etiope, l'Ottentotto, il Mamalucco commovonsi al suono d'una melanconica canzone, non meno dell'elegante e colto Europeo. I più nobili e puri sentimenti dell'anima, le grandi gioie siccome i grandi dolori, meglio che con altro linguaggio si rivelano colle varie modulazioni delle note.—Col canto, le madri parlano ai loro bambini lattanti, col canto, il garzone innamorato sfoga le pene segrete sotto il balcone della sua ganza; e col canto voi pure, o nobili svizzeri, riusciste a stabilire una perfetta intelligenza fra voi e le vostre mandrie. (Applausi).
»Io non mi farò qui ad investigare chi abbia dettate le prime leggi musicali e ridotto a regola d'arte questo nobile istinto della creatura umana. Io so che presso tutti i popoli e in tutti i tempi, i cultori dell'armonia furono oggetto di venerazione e di culto. Gli Egizii eressero statue al celebre Eocri, il quale nelle feste di Osiride dominava colla sua voce baritonale un coro di ben settemila cantori. Io non vi parlerò di quel favoloso Orfeo, nè di quell'Anfione, che colla soavità del canto ridussero a civiltà gli uomini e le pietre. E tacerò di Talete che colla musica guariva i Cretesi dalla peste, e di Peone che col canto è fama risanasse gl'infermi e i morti risuscitasse. I Greci e gli Spartani avevano in tanta stima i cultori di quest'arte divina, che Temistocle, forse per ciò solo che non sapeva cantare, fu assai meno stimato di Epaminonda.—La popolazione romana provò tanto dolore alla morte del cantante Tigellio, che i cittadini vestirono a lutto e si cosparsero di cenere come all'annunzio di pubblica calamità; il divino Alighieri non isdegnò celebrare nel suo poema il tenore Casella, della cui amicizia si tenne, mentre che visse, onorato.
»Ma che vado io rammentandovi queste viete istorie dei tempi andati? Volgete piuttosto gli sguardi alle regioni più incivilite della moderna Europa, e mirate a quale sublime altezza noi privilegiati figliuoli dell'armonia fummo dal pubblico buon senso e dalla pubblica riconoscenza elevati. A noi per unanime voto tributato il titolo di virtuosi; in noi concentrate le speranze ed i voti dei popoli; noi scopo di ogni conversazione ne' privati circoli, nei caffè, nelle piazze e nei corsi; noi arricchiti ed ingrassati dal plauso universale. Duemila e cento ventitre giornali si contendono il vanto di registrare i nostri trionfi ed i nostri raffreddori, e noi diamo di rimando l'alimento e la vita a tanti giornalisti, che ben si può dire la letteratura moderna vegeti e cresca irrigata dai nostri gorgheggi e dai nostri marenghi. Che più? A noi si dedicano biografie, a noi si innalzano busti e monumenti, a noi si gettano corone, a noi si decretano gli onori del trionfo. (Oh! Oh!). Dubitereste?—Si vede o Svizzeri innocenti, che voi siete rimasti ben addietro nel cammino della civiltà.—Io era presente... vidi io stesso lo spettacolo commovente: una carrozza tirata dai più reputati gentiluomini della città, i quali non isdegnarono logorare il molle guanto e curvare la schiena alla generosa fatica del cavallo... E sapete voi chi sedesse trionfalmente in quel cocchio? Poveri Svizzeri, voi noi crederete—un tenore! (Fischi, urli ed altre manifestazioni)... Egli sedeva radiante di gloria, come Febo nel suo carro luminoso, e mentre i bipedi corsieri lo traevano nelle più popolate vie, e le dame dai balconi sventolavano i fazzoletti e gittavano fiori e ghirlande sul suo passaggio. A completare l'augusta cerimonia altro non mancò in quel giorno se non che il festeggiato cantante, afferrato uno scudiscio, lo esercitasse sulla groppa de' suoi fanatici ammiratori. (Applausi universali).