»Ma io sto per porgervi l'ultima e la più manifesta prova dell'alta considerazione in che noi siamo tenuti. Vi piaccia seguirmi col pensiero in uno dei principali caffè di Milano, voglio dire nel caffè Martini, sulla piazza del grande teatro della Scala.
»Tutto che vi ha nella Capitale Lombarda di gioventù nobile ed elegante, le individualità più notevoli.
Sia per titoli e blasoni
Sia per cedole e dobloni:
i lions più famigerati per imprese d'amore o per lusso, per splendidezza di vita, hanno quivi ritrovo.
«In quelle sale privilegiate non osi l'umile proletario introdurre il lezzo del suo vecchio paletot, nè l'equivoco colore de' suoi collaretti; e si astengono parimenti dal porre là dentro il piede gli stremati seguaci di Temi, gli avvocatuzzi senza clientela, gli impiegati alle strade di ferro, i ragionieri del Censo, i segretari delle case fallite, gli squattrinati studentelli di Brera, e simile genìa. Costoro vi si troverebbero a disagio, umiliati, annichiliti come irsuto cagnuzzo da vetturale che osasse accovacciarsi sui tappeti d'un aristocratico gabinetto fra due lindi cagnolini inglesi, puro sangue.—Noi soli, noi, augusti sacerdoti delle Muse; abbiamo il diritto di portare in quelle sale le nostre barbe di becco e le foggie cosmopolite della nostra toilette; noi sediamo su quelle scranne al volgo contese ed abbiamo l'onore di sorbire il caffè da quelle medesime tazze ove l'alta società milanese tuffa ogni giorno i profumati mustacchi. (Sensazione). E si noti, a maggior orgoglio dei cultori dell'arte, che mentre questa eletta società dal blasone dai censi occupa il lato sinistro della sala, a noi venne riservata esclusivamente la parte destra—ben inteso, che la destra e la sinistra voglionsi determinare dalla posizione del proprietario, il quale tiene anche due libri maestri per registrare i debiti degli avventori—due libri, che messi a confronto, farebbero ragione dell'onestà e della buona fede prevalente negli artisti.
»Ma io credo aver accumulate sufficienti prove, onde trarre al mio partito anche le anime le più ritrose. Se il colèra, le guerre, le pesti e il mal delle viti non pongono ostacolo al rapido incivilimento del mondo, io prevedo che fra venti anni si rinnoveranno gli aurei tempi di cui più sopra vi ho parlato, e la musica sarà di bel nuovo il solo linguaggio degli uomini. Nelle nostre città d'Italia un tale miracolo si va di giorno in giorno operando. I fanciulli appena spoppati imparano le messe di voce ed i gruppetti; trillano nella culla, solfeggiano sui ginocchi della madre; e più tardi, nelle scuole cantano alla distesa l'abbecedario e la grammatica; e avventurati si dicono i parenti quando il loro figlio all'età di cinque anni sappia cantare tutta di seguito una cavatina. Nè i fanciulli soltanto, ma gli adulti di tutte le condizioni, di tutte le classi, trovano più comodo oggimai esercitare la laringe, piuttosto che le braccia e il cervello. Io non vi parlo de' calzolai, de' falegnami e dei sartori, che, gittata la lesina, la sega e l'ago, si dedicarono e riuscirono eccellenti nell'arte del canto. Persone di rango distinto, e che già occuparono luminose cariche, riconosciuta l'importanza dell'arte nostra, sfidando ogni difficoltà, ogni pericolo, a quella si dedicarono a corpo perduto. Gli avvocati disertarono il foro, i medici ripudiarono Esculapio, i poeti spezzarono la lira, e purchè riuscissero a trarre dalla gola un suono che assomigliasse alla voce umana, cercarono pei teatri applausi e denari, e giunsero a tanto colla magia delle note e più colle sterline guadagnate, da essere finalmente tenuti in conto d'uomini dabbene. (Tumulto e segni d'impazienza).
»Ma nei vostri volti, o gentili uditori, io veggo i segni manifesti della compunzione e del ravvedimento. Epperò con animo alquanto rassicurato io passerò ora a dimostrarvi come un cantante, pelle sue doti fisiche e morali, debba necessariamente riuscire ottimo marito; scabro e difficile assunto, dovendo io parlare ad un'assemblea di innocenti fanciulle, a cui non vogliono essere svelate certe misteriose leggi della natura (attenzione nelle prime file), sulle quali baserà l'intero edifizio delle mie argomentazioni.
»Pertanto, piuttosto che offendere, o donzelle, il vostro delicato pudore, io vi consiglio ad uscire dalla sala per pochi minuti, e allora, procedendo io con maggior libertà di parole, il trionfo della mia causa riuscirà più pronto e più completo. (Bisbiglio—Ciascuno rimane al proprio posto—Le donne raddoppiano d'attenzione).
»Quando l'abate Parini, in odio dei canori elefanti, dettava quella sua bellissima ode la musica, una legge stolta ed iniqua imponeva ai cantanti tali sacrifizi, che io mi meraviglio si trovassero uomini tanto virtuosi da assoggettarvisi. Certo, se io fossi vissuto in quell'epoca, nè l'amore dell'arte, nè le illusioni della gloria, nè la sacra fame dell'oro mi avrebbero indotto a seguire una carriera per la quale era forza immolare le due appendici più caratteristiche della virilità. (Applausi). Nè, se durassero quelle barbare costumanze, io vi consiglierei, o gentili donzelle, a prendervi per marito un cantante; troppo disaggradevole sorpresa vi attenderebbe sul talamo nuziale.