Nel quarto atto, durante la marcia indiana ed il brindisi parimenti indiano, e al cospetto di tutta quella India, per la quale Selika, che è nata nel paese, ha mille ragioni di chiamarsi Africana; il fanatismo de' miei vicini, del signore di prima fila... e del pubblico che comincia ad andarsene... tocca il suo colmo...
Al duetto fra Vasco e Selika, la signora sembra riscuotersi—quella scena voluttuosa, dove la energia e la potenza di un vecchio genio sembra ravvivarsi per effetto di cantaridi, produce una viva sensazione nella giovane sposa... Ma io mi accorgo che gli occhi languidi della bella prendono una direzione affatto opposta al palco scenico, e le sue pupille sembrano addentrarsi in un palchetto, che le sta di fronte.
In verità non so darle torto. Il marito, sempre assorto nella musica dell'Africana, nel corso dei quattro atti non si è mai degnato di rivolgerle la parola.—Queste dimenticanze dei mariti rappresentano quasi sempre il bivio fatale, dove i cuori di due sposi prendono a divagare in un cammino affatto opposto.
Nell'intermezzo, che succede al quarto atto, io mi levo in piedi per riprendere la conversazione interrotta; ma lo sconosciuto non aveva atteso la calata del sipario, per abbandonare il suo posto ed uscire dal teatro.
La platea si è molto diradata; gli spettatori possono allargarsi a loro agio sulle panche.
Frattanto, la mia bella signora non cessa di volgere tratto tratto delle occhiate significanti al palchetto di faccia; mentre il marito, agitando il suo binoccolo bianco, esprime il suo entusiasmo a due giornalisti sprofondati nelle sedie fisse.
Gli è quasi sempre nei teatri e nelle feste da ballo che hanno principio i romanzi appassionati, qualche volta un po' scandalosi, della società moderna. In altri tempi le grandi passioni si sviluppavano nei boschi (come i funghi), all'ombra dei castani, al margine del ruscello, ai miti raggi della luna—Erano imbecilli i nostri nonni!—Un poeta, amico mio, che ha voluto provarsi l' autunno scorso alle emozioni degli amori boscherecci, è tornato a Milano con una pezzuolina di cerotto sul naso, per la maledetta puntura di un calabrone.—Pel comodo degli innamorati, viva la città! grido io.—Qui non vi sono calabroni—e i mariti, per giunta, nelle città sono più paperi che altrove!
III.
Ma io m'accorgo di aver già troppo irritata la curiosità de' miei lettori—e non dico delle mie lettrici, perchè non desidero che questo racconto venga letto dal così detto bel sesso.
Oggimai sono trascorsi dieci mesi da quella prima rappresentazione dell'Africana che mi ha posto sulle traccie di un geniale mistero—che mi ha invogliato a tener d'occhio i due giovani sposi, per iscoprire le loro prime divagazioni.