Nel palazzo di Teobaldo, quell'organetto occupa un salottino attiguo alla grande sala di ricevimento. Nelle serate di riunione, ogni qualvolta si fa musica al palazzo, alla fine dei concerti, gli amici, i professori, i dilettanti, le signore, tutti gli invitati fanno istanza a Teobaldo, perchè si compiaccia di coronare il trattenimento eseguendo un pezzo sull'harmonium.
Teobaldo sulle prime fa il ritroso... Ma gli invitati insistono con bel garbo—le signore si mettono in ginocchio—e alla fine Teobaldo acconsente a suonare, col patto di rendersi invisibile.—Poco dopo, dal gabinetto vicino escono gli accenti melodiosi, e, finito il suo pezzo, Teobaldo rientra nella grande sala a ricevere le congratulazioni e gli evviva.
Con questo abile stratagemma, Teobaldo è riuscito a passare per un distinto musicista, e ad ottenere il diploma di membro onorario di diverse società filarmoniche.—A Milano si voleva affidargli la presidenza della Società del Quartetto.
V.
Non erano passati venti giorni dalla prima rappresentazione della Africana, quando la moglie di Teobaldo, la bella Clarina, profittando della assenza del marito, si chiuse nel suo gabinetto da toletta per scrivere una lettera.
Poniamoci dietro le spalle della signora (è una posizione che offre quasi sempre delle viste aggradevoli), e leggiamo ciò che ella scrive:
«Mio dolce amico!
«Tu hai commesso uno di quegli errori a cui difficilmente si può rimediare. Qualcuno aveva già parlato a Teobaldo in tuo favore, e mio marito si mostrava assai ben disposto a riceverti in casa; ma tu, colle tue imprudenze, hai guastato i miei piani. Come mai ti è venuto in mente di dire tanto male della Africana al club degli artisti? Teobaldo era presente, Teobaldo ha udito ogni cosa, e ti giuro che, dopo un tal fatto, è assai difficile che egli si riconcili con te. Teobaldo è furioso... Figurati che egli non dorme più... che egli non mangia più... che egli mi ha completamente obliata per l'Africana. Ogni giorno mi viene a casa con dei nuovi signori, maestri, dilettanti, giornalisti... che so io?... il pianoforte è in ballo... Io non so più dove ricoverarmi per fuggire l'Africana.—Quando penso che tu solo, tu che avresti potuto tener luogo di tutti, per una imprudente chiacchierata... ti sei chiuso per sempre la strada che io ti aveva aperta!... Carlo!... Se è vero che tu mi ami... se è vero che brameresti rinnovare ogni giorno le gioie... ahi! troppe fugaci e incomplete... della nostra prima giovinezza... Carlo: io te ne supplico—desisti dal far guerra... all'Africana—riconciliati con lei—confessa pubblicamente i tuoi torti—non ti resta altro modo per tornare nelle buone grazie di mio marito... e per avvicinarti a colei, che ti ama e ti aspetta coll'anima ansante.
«C. B. T.»