Ifigenia finge cadere svenuta, il padre si affretta a soccorrerla, e intanto ripete con voce alterata:
— Signor Nebbia... signor Trigambi... a voi!... Correte là abbasso... Non vorrei che qualche male intenzionato... Ohimè! la mia povera Ifigenia si muore dalla paura! —
Io afferro per le falde dell'abito il domestico del Lanfranconi, il quale tenta invano di schermirsi, e lo obbligo ad accompagnarmi col lume in fondo alla scala. Il Nebbia ed il Trigambi sembrano impiombati sulla seggiola.
Il domestico, giunto a piè della scala, si arresta riparandosi dietro l'uscio; io corro fuori, scambio con Eugenio poche parole, indi torno con aria affannata presso il signor Lanfranconi.
— Ebbene? quali notizie? che c'è di nuovo laggiù?
— Presto! — rispondo io... — Avete degli schioppi?... Una banda di reazionari capitanati da un ex-poliziotto austriaco sono entrati in Gorgonzola, e minacciano di saccheggiare le case dei liberali.
— Misericordia! — grida il Lanfranconi. — Io non tengo che quattro fucili... Signor Nebbia... signor Trigambi... profittatene voi...! Oh! la mia povera Ifigenia! Su... dunque!... Che fate voi lì inchiodati sulla scranna...? I fucili sono nella stanza vicina. —
Io prendo un lume, e corro in cerca dell'armi. I due amici non che di muoversi han perduto la lena di parlare. Frattanto sotto le finestre tuonano i razzi... e cinque o sei contadini, adunati da Eugenio, gridano: All'armi!
— Signor Nebbia... signor Trigambi... eccovi il fucile — dico io rientrando nella sala. — Corriamo tosto... a disperdere quella ciurma di scellerati. —
Il Nebbia si leva in piedi, e stringe l'arma nella mano tremante.