Questa posizione e difficoltà pratica del problema non ci consente di tentare sul serio, come s'è fatto da altri[196], una classificazione delle virtù cardinali; e, tutto al più, si può ammettere, che, essendo già stata precedentemente espressa nei monumenti letterari e nei detti della sapienza volgare una certa enumerazione e coordinazione della virtù[197], quelle forme approssimativamente schematiche avessero implicitamente determinato come termini costanti il dialogo socratico[198]. E quindi avviene, che non senza ragione noi scorgiamo ancora la coincidenza delle definizioni socratiche con certe classificazioni delle virtù che allora erano comuni, e che possiamo ridurre le definizioni delle virtù nella dottrina di Socrate a tre fondamentali: la continenza (ἐγκράτεια[199]), il coraggio (ἀνδρία[200]) e la giustizia (δικαιοσύνη[201]). Ma questa classificazione, che non è per niente sistematica, non abbraccia la totalità delle virtù di cui è parola nei dialoghi socratici, come è quella, p. e., dell'εὐσεβής, che consiste nella conoscenza esatta di tutto quanto si deve agli Dei.
Il concetto della virtù socratica ha una doppia misura. Avendo Socrate riposta l'essenza della virtù nella consapevolezza, ed ammettendo che la conoscenza è divinamente predeterminata al bene, egli riusciva a stabilire una più larga valutazione dell'elemento morale del volere; perchè quello che apparisce buono nella sfera comune della vita, in tanto può essere corretto alla stregua della conoscenza, in quanto che questa, nella sua intima natura, corrisponde ad un fine superiore ad ogni umano arbitrio. Socrate quindi, mentre conservava in gran parte quell'imagine plastica ed immediata della vita, che la comune maniera di vedere gli avea trasmessa, accennava al bisogno di una maggiore intimità; e, sebbene portasse nelle sue convinzioni teleologiche tutte le vedute relative dell'utilitarismo, non può negarsi, che, con l'avere allargato il problema dell'etica ad una generale intuizione della divinità e del mondo, ha in parte predeterminata una più profonda cognizione del bene. Il compiacimento incondizionato nella bontà della virtù è stato formulato per la prima volta da Platone[202], il quale fu guidato da un senso più estetico alla soluzione del problema etico.
3. Ignoranza degli elementi naturali.
La perspicuità formale del concetto della virtù esaurisce tutto l'interesse scientifico di Socrate, e segna il limite della sua ricerca. In questa posizione si scorge evidentemente un difetto cardinale, che consiste nella insufficienza del concetto del sapere per spiegare ed intendere che cosa sia la virtù, e come si formi e si sviluppi; e da questo difetto deriva una necessaria inconseguenza in certe determinazioni speciali. Il difetto è stato già notato da Aristotele[203]; e l'inconseguenza apparisce chiara a chiunque legga i Memorabili di Senofonte.
L'esigenza regolativa della definizione apparisce a Socrate come la sola via sicura, per raggiungere la cognizione certa e costante del concetto delle virtù. Questo punto di vista era storicamente e psicologicamente determinato dal bisogno di correggere normalmente le ambiguità della coscienza comune. Ma, per un equivoco non infrequente nella storia della filosofia, Socrate si trovò indotto a confondere l'istrumento di cui si serviva con l'oggetto al quale l'applicava; ed obbliando la concreta varietà delle naturali attitudini e delle favorevoli o sfavorevoli circostanze, come la virtù gli era palese nella sfera del sapere evidente, disse che la virtù consiste nel sapere. L'escluvisismo di questa veduta non può dirsi dottrinario, perchè Socrate non avea coscienza del sapere obbiettivamente; ma è certo la forma più spontanea ed immediata di quel dottrinarismo, che fu limite insuperabile della coscienza filosofica degli antichi. Solo quando si voglia prender le mosse da una larga esperienza dei fenomeni psichici si può riuscire a determinare la normale formazione ed il graduale sviluppo dei concetti etici; la cui energia come impulsi all'azione è innegabile, senza che perciò possa dirsi, che l'attività non è che l'estrinsecazione della conoscenza. L'incongruenza logica fra le due sfere dell'azione e del sapere è tanto patente, che Socrate stesso, e forse senza avvedersene, fu costretto ad ammettere degli elementi extrarazionali, affermando che ogni virtù derivi dall'esercizio[204] ed ammettendo che le naturali disposizioni conferiscano molto alla virtù del coraggio[205]. Ma, come mancavagli ogni notizia del problema psicologico, e l'uso affatto occasionale dell'induzione non l'avea fornito di un instrumento logico completo e perfetto, così avvenne, che l'osservazione positiva di queste circostanze reali non divenne argomento per correggere la falsa ed astratta opinione che la virtù sia identica al sapere, Aristotele, che col suo consueto accorgimento ha notato il difetto della dottrina socratica, fu inteso a spiegare psicologicamente l'origine di quella coscienza difettosa etica, che Socrate avea appercepita col termine generico d'ignoranza; e, come fu il primo ad avvertire la necessità di uno studio scientifico della vita e dell'anima, portò nel campo etico tutto lo schematismo della psicologia. E, pur nondimeno, la distinzione fra l'intelletto attivo e passivo, e tutto l'apparato della facoltà dell'anima, non valsero a salvarlo dal falso dottrinarismo logico, di che abbonda la sua etica[206].
IX. DI NUOVO DEL BENE, DELLA FELICITÀ E DEL SAPERE
Dopo aver riguardato il lato logico della dottrina di Socrate, ed aver mostrato come egli procedesse alla rettificazione formale dei concetti etici, per costituirli in una indipendenza assoluta dalle anormali fluttuazioni del vedere comune e raccogliere il significato nella trasparenza di una nozione riflessa, dobbiamo ora toccare un altro punto non ancora trattato. Tutta questa disamina ci fa essere ancora incerti sul valore positivo dei concetti fondamentali dell'etica socratica, e ci fa sentire il bisogno di domandare quale fosse il preciso significato di certi termini concreti, che quella ricerca considerava come punti fermi d'ogni umana attività. E, in fatti, se noi vogliamo sapere cosa sia il bene nel suo valore positivo, e quale il contenuto dell'εὐδαιμονία, non basterà dire, che quello sia il risultato dell'abito virtuoso, e che questa dipenda dal cosciente esercizio delle naturali attitudini, nell'intento di conseguire la propria sodisfazione in una determinata sfera della vita, queste determinazioni importano nè più nè meno che una semplice tautologia. Lo stesso concetto del sapere non vale a chiarire per niente i concetti, che vorremmo veder determinati; perchè abbiamo già mostrato, che la sua natura dipende nel Socratismo dal fine pratico della ricerca, e non può quindi col suo proprio contenuto chiarire la sfera del concetto del bene, perchè l'adegua perfettamente, I tre termini adunque, che così spesso abbiamo adoperati in questa esposizione, il bene, l'εὐδαιμονία ed il sapere, devono essere meglio chiariti, perchè valgono di finale dilucidazione al nostro lavoro.
1. Del bene
Se vogliamo cogliere il significato genuino del concetto del bene secondo l'opinione di Socrate, bisogna che procediamo per via d'esclusione; perchè altrimenti saremmo fuorviati da quei criteri, che nella nostra coltura più sviluppata e più moralmente approfondita segnano la norma dei nostri giudizi pratici. Altri critici ed espositori, incapaci di arrendersi alle esigenze di una giusta valutazione storica, o hanno condannato Socrate per avere confuso, come essi dicono, il bene, e l'utile[207], o, temendo di profanare la veneranda figura del filosofo che tutto il mondo onora quale modello di morale perfezione, hanno rigettata la testimonianza di Senofonte, come quella che più chiaramente conduce alla presunta confusione[208]. A nostro parere, quella definizione socratica del bene che Senofonte riferisce, non avrebbe dovuto eccitare tanto stupore nei filosofi moderni, perchè in fondo, essendo essa la prima definizione se non completa almeno parzialmente vera che siasi data del bene, bisogna più tosto considerarla come una scoverta che rigettarla come prodotto di una coscienza imperfetta. Socrate, in fatti, non potea, con un atto istantaneo di astrazione teoretica, produrre un valore etico, la cui determinazione dipende da un lungo processo storico e psicologico; o, se è riuscito a definirne uno degli elementi, o a rilevarne almeno la pratica importanza, questo solo atto di energia intellettiva vale molto più che un certo falso misticismo, il quale, a furia di metter su concetti sublimi e trascendenti, non sempre riesce a correggere le formali condizioni del pensiero.
La morale socratica era in tutti i principi e in tutte le conseguenze eudemonistica[209], e riconosceva nella ricerca del bene l'ingenito appetito del benessere in ogni sfera della vita. Ma bisogna notare che quella posizione il filosofo non se l'era fatta arbitrariamente, escludendo quei criteri di morale valutazione che sono agli occhi nostri di una natura più intima e più vera; perchè, non avendo egli mai perduto di vista il termine concreto della vita pratica, ch'era scopo delle sue indagini, non potette elevarsi alla considerazione della norma etica nel suo valore incondizionato, e l'apprese quindi dal fatto stesso della vita. Nè vale ricorrere all'argomento della morale perfezione del carattere di lui, per rigettare il concetto eudemonistico dei Memorabili[210], e perchè non si può misurare alla stregua della coscienza personale il grado di attività scientifica dell'intelletto, ed eziandio perchè Socrate non ha mai detto e fatto cosa, che accennasse ad una indifferenza positiva pei motivi della felicità.