Questa nuova intuizione della divinità, che è determinata dal concetto del valore etico della sua attività nel mondo, non può intendersi come semplice prodotto di una volontaria reazione contro le tendenze speculative e affatto meccaniche dei filosofi precedenti; perchè l'elemento precisamente individuale della esigenza religiosa, che v'è così evidente, non troverebbe più alcuna spiegazione, e quei pronunziati perderebbero ogni valore storico. Socrate ebbe tanto poca consapevolezza del valore filosofico di queste sue vedute, e le tenne per così opposte ad ogni indagine su l'origine e la natura del mondo, che, mentre poneva l'intelligenza come principio dell'universo, e fissava un nuovo punto di partenza ad ogni ulteriore progresso nelle indagini speculative, rigettò come empia la filosofia naturale; e, nel modesto concetto che aveva di sè medesimo, e della natura umana in generale, fece atto di rassegnazione alle intime esigenze di un convincimento che a lui non appariva qual risultato di una pruova teoretica, ma qual termine assoluto di una religione perfetta. E di questa esigenza stessa egli non fece qualche cosa di distinto dalla religione tradizionale, anzi tutto il nuovo fu da lui appercepito nella forma antica; e di qui procede, che, mentre il concetto monoteistico, in virtù di tutto il progresso della coltura ellenica, tendeva a chiarirsi[57], ed a riassumere in sè le forme politeistiche, Socrate credette di stare pienamente d'accordo con la tradizione, e stimò non allontanarsi da nessuna delle credenze accettate. Le riserve infatti, o per dir meglio le distinzioni che egli introduceva nella pratica religiosa, se all'occhio volgare poteano sembrare lesive del valore letterale del culto e del rito, non aveano in se stesse niente che accennasse a tendenze eretiche, o ad innovazione pratica delle forme tradizionali. E quando Socrate diceva, che non bisogna vivere nell'illusione che la divinità ignori quello che teniamo celato nell'intimo dell'animo[58], e che il sagrificio non ha valore se la coscienza non è pura[59], e pronunziava altre somiglianti opinioni, che avevano l'intento di rilevare l'intrinseco valore della coscienza, egli non dicea cosa affatto nuova, e che ogni colto Ateniese non avesse, più o meno direttamente, potuto apprendere dalle sentenze di Eschilo, di Sofocle, o di qualunque altro poeta, su la cui pietà religiosa non s'era mai sollevato dubbio alcuno. La grossolana rappresentazione delle divinità, come di persone finite e limitate, potea forse trovarsi in contradizione con questa nuova veduta, e stimarla empia e profana: ma ciò non vale a persuaderci, che Socrate non sia stato davvero quale Senofonte ce lo presenta, persuaso cioè, che le sue convinzioni non fossero affatto divergenti da quello che legalmente era riconosciuto come religione dello Stato[60]. Confutare l'opinione di coloro, che in tutto questo non vogliono veder altro che lo sforzo apologetico di Senofonte, o la sua incapacità filosofica, non crediamo sia nè conveniente nè necessario[61].

Sotto questa nuova luce l'attività socratica ci apparisce più chiara, e l'efficacia pratica di che fu capace acquista una maggiore evidenza. La sua importanza nella storia generale della coltura greca è appunto riposta in questa ricchezza di motivi istintivi ed immediati, che avevano tanta relazione con tutto lo sviluppo della coltura artistica contemporanea, e riflettevano i bisogni e la sociale agitazione di quell'epoca profondamente creativa. Se noi prescindiamo, non solo da tutte le moderne investigazioni sul valore metafisico della causa, del fine ecc., ma anche dalla mediazione logica, in cui questi ed altri analoghi concetti appariscono nella filosofia greca da Platone in poi, misurando l'intuizione socratica alle condizioni della coltura dell'epoca periclea, l'indole sua affatto immediata e religiosa diviene assolutamente innegabile. Quei concetti infatti, che abbiamo di sopra accennati, non appariscono ancora come gli estremi termini d'un procedimento metafisico, e molto meno come le conclusioni induttive di un'analisi psicologica; ma sono lì tutti ad un tratto, nella loro armonia e perfetta trasparenza; e, mentre sono il risultato di un lavoro interno di purificazione dell'animo, la loro obbiettivazione è istantanea, e plastica, non discorsiva e dimostrativa. E quando le esigenze logiche del dialogo vengono a collocarli nel termine estremo di una pruova, allora si vede chiaro, quanto il nuovo motivo della dimostrazione sia inferiore all'esigenza pratica del convincimento religioso[62]. Fare di Socrate un astratto concettualista è un'opinione tanto erronea, quanto quella che lo riteneva per un moralista popolare[63]; ed una simile supposizione menerebbe di certo a trovare incongruente ed inconseguente del tutto la caratteristica di Senofonte.

Socrate avea il fermo convincimento di adempiere il dovere di una missione divina; e la finezza del suo giudizio, congiunta all'abito costante dell'osservazione morale, gli avea fatto avvertire la prossimità del divino, nella forma speciale di una personale relazione[64]. Correggere, rettificare, ed esaminare le opinioni altrui eragli imposto dalle religiose esigenze dell'animo, che non ammettevano esercitasse l'arte della parola come espressione di un dilettantismo dottrinale. Il divieto della divinità, che lo tenea lungi dalle faccende dello Stato, gl'imponea una completa rassegnazione alle inevitabili conseguenze della sua missione. Ma erano queste opinioni il risultato di una fantastica considerazione del mondo, ed assumevano esse forse il carattere di un'arbitraria pretensione di riformare ad ogni costo l'ordine stabilito della società, per modellarlo secondo i dettami di una speciale rivelazione? Nulla di tutto questo. Socrate visse sempre in pieno accordo con tutti, e non mancò mai di adempiere nè i doveri del culto, nè le pratiche della legale εὐσέβεια; le sue massime non l'indussero mai, durante la lunga vita di 70 anni, ad entrare in una guerra dichiarata con le forme tradizionali, come avevano fatto Diagora ed Anassagora, Gorgia e Protagora, suoi contemporanei. Il suo Dio era qualche cosa di affatto etico; ma già altri prima di lui, senza destare sospetti, e nella massima buona fede, avevano introdotto tacitamente nelle forme religiose mitico-tradizionali una nuova motivazione; ed Eschilo, Pindaro, Sofocle, ecc. aveano incarnato nei nomi di Zeus, Apollo, le Eumenidi ecc. un nuovo concetto del divino, della pena, dell'espiazione, della legge e della coscienza morale[65]. Socrate insomma non fece che obbiettivare, nei limiti molto oscillanti, e nelle forme riconosciute della patria religione, un processo psicologico ed etico affatto individuale; la quale libertà in tanto era possibile, perchè, mancando ai Greci un ordine speciale di uomini destinati a conservare i veri religiosi, ed essendo già la tradizione mitica passata attraverso alle molteplici alterazioni, che furono conseguenza della varietà delle stirpi e dello sviluppo della coltura, il difetto di una chiesa e di una dommatica rendea difficile il criterio dell'ortodossia e della eresia[66]. E se vuol dirsi, come altri ha fatto, che il figlio di Sofronisco fu un eretico[67], bisogna allargar tanto questo concetto, da far sparire ogni misura di religione tradizionale presso i Greci; la qual cosa quanto sia infondata può vedere ognuno, che abbia una conoscenza esatta dei loro monumenti letterari. Anzi, noi siamo tanto lungi da una simile opinione, da credere, che Socrate con le sue vedute si avvicini di molto a quella profonda reazione religiosa, che, cominciata in sul mezzo della guerra del Peloponneso, finì per guardare come pericolosa tutta la scienza che avea divagato in ricerche arbitrarie ed individuali, e che non è improbabile abbia trovata una espressione artistica nelle ultime produzioni di quell'Euripide[68], il quale già prima avea tanto lavorato ad accrescere l'influenza della irreligiosità sofistica. E che questa nostra opinione non possa essere invalidata con l'argomento dell'accusa di Meleto, può intendersi di leggieri da chiunque rammenti, di quanti equivoci dello stesso genere offra esempi la storia.

2. Elementi della coscienza di Socrate.

Cerchiamo ora di riassumere in breve i motivi ed i risultati di quel processo, che poc'anzi abbiamo indicato.

1. Socrate visse tutta la vita in un'epoca d'illuminati[69], e quando già si tentava per la prima volta di costituire delle scienze speciali, e di subordinare a delle regole costanti la pratica dalla vita e l'esercizio tecnico delle arti. Il principio del sapere, quantunque non fosse ancora espresso in una determinazione logica esplicitamente formulata, esercitava già negli animi la sua influenza, ed era una forza che spingeva lo spirito in una direzione determinata. A prescindere dalle ricerche nel campo della natura, che cominciavano ad avere la consistenza di una metodica osservazione, la lingua offriva già materia a delle indagini grammaticali, e l'oratoria assumeva la forma di un'arte costituita mediante precetti. La nuova esigenza del sapere non si era invero isolata dalla pratica della vita, ed era ancora tutt'una cosa con l'esercizio effettivo delle arti, cui si riferiva. La vita pubblica stessa risentiva gli effetti della nuova tendenza, e fino il teatro comico ne traeva argomento per mettere a raffronto, nella vivacità di un personale contrasto, i nuovi elementi di coltura, e l'antica semplicità. Socrate è uno dei rappresentanti di questo movimento; ma le speciali condizioni dell'animo suo lo tennero lungi dal fare della ricerca, nel suo puro valore teoretico, lo scopo esclusivo della vita: sicchè, mentre il sapere, la conoscenza, la consapevolezza sono elementi necessari della sua intuizione religiosa e filosofica, appariscono sempre come coordinati al fine pratico e da esso governati.

2. Le immagini della vita etica, che erano espresse nel mito e nella leggenda, e poste in una relazione tipica con certi nomi e certe tradizioni, non erano più capaci di soddisfare la coscienza, e s'era costretti ad introdurvi una nuova motivazione (per es. Euripide[70]). Il contrasto era palese, ma non assumeva il carattere di una riforma, perchè mancava la chiesa ed il domma. A questa tendenza partecipava anche Socrate, che, secondo il costume d'allora, sotto il simbolo di una leggenda religiosa, o di un racconto poetico esponeva una sua convinzione, che esprimesse, per via di una situazione o di un paragone, un principio etico. Di qui procedeva ancora, che l'interpetrazione degli antichi poeti era fatta nell'intento di scovrirvi le nuove idee, e questa alterazione del senso preciso delle antiche opinioni avea luogo in tutta la buona fede dell'interpetre[71].

3. Nella pratica della vita le tendenze degl'individui, delle classi e dei partiti aveano preso a seguire direzioni divergenti, e di tale una intrinseca differenza ed opposizione, da presentare il triste spettacolo di una morale pubblica, che precipita pel declivio di una sicura rovina[72]. Tutto piglia una piega arbitraria, ed in una sfera più alta assume il carattere di una ricerca, che non mira ad altro che alla piena soddisfazione del criterio personale, è soggettiva, diremmo noi nel nostro linguaggio (i Sofisti)[73]. Socrate, che era pure penetrato dal bisogno di valutare alla misura della convinzione il merito od il demerito degli uomini, reagì contro le tendenze arbitrarie con la sicurezza del metodo ricercativo, e con l'aver fissata la misura costante delle azioni in una stregua più alta, e di un carattere incondizionato, quello della obbiettività della legge nell'ordine delle cose naturali, e delle relazioni sociali. Egli va d'accordo con lo spirito del tempo, e non se ne avvede; perchè la maggiore intimità delle sue convinzioni lo avea fornito dei mezzi per reagire.

4. Il sentimento religioso degl'individui, senza entrare in un contrasto vivo e dichiarato con la tradizione, perchè troppo nudrito dell'ammirazione pei poeti e per le arti, e perchè favorito dall'indeterminatezza del mito, andava assumendo un carattere più preciso d'intimità e di riflessione[74]. Un'umanità più larga si formava a lato, ed in latente opposizione con l'umanità greca; ed un orizzonte più ampio di aspirazioni e di desiderî compensava in pochi la perdita irreparabile dell'antica schiettezza. Socrate, col suo concetto della divinità come intelligente autrice del mondo, rinforzò il valore etico dell'intimità religiosa; ed insistendo continuamente sul criterio della consapevolezza, nel giudizio che deve portarsi su le azioni della vita privata e pubblica, influì ad accelerare l'esclusivismo teoretico, ed a preparare lontanamente l'indifferentismo politico, e le tendenze cosmopolitiche delle epoche posteriori[75].

L'intima compenetrazione di tutti questi svariati e molteplici motivi, nella persona di un uomo in cui la pietà, la moderazione, e la temperanza erano siffattamente immedesimate con le abitudini della vita, da sembrare tutt'insieme un'opera artistica di plastica evidenza, offriva ai contemporanei argomento alle più svariate opinioni, ed è stata in gran parte cagione dei giudizî spesso divergenti, che i critici moderni hanno pronunciato intorno a Socrate. Noi avremo a quando a quando occasione di tornare su questi elementi generali della sua coscienza, per correggere il troppo o il poco che può dirsi, o si è detto sul valore e la positiva importanza dei suoi principî scientifici; e per ora aggiungiamo una osservazione. Socrate come semplice filosofo è un parto d'immaginazione, non solo perchè in generale non s'ha ragione di prescindere dalle reali condizioni in cui una dottrina s'è svolta, quando i motivi ne siano noti e palesi, ma perchè, in questo caso speciale, la natura ed il carattere delle testimonianze autentiche non consentono, che si proceda con sicurezza all'esposizione della dottrina, come se fosse per sè stessa isolata ed evidente. La determinazione del valore filosofico di Socrate si avvicina più alla natura d'un problema, che all'analisi d'un fatto.