Nè per altro argomento che non paia.

Anzi, col rispetto debito a un tanto uomo, io credo che se l'animo di colui che ode non si ferma alle sventure dei poveri, bisogna ch'egli sia assai scellerato, e sia indegno di compatire alle sventure de' poveri e de' non poveri.

Guardate un re caduto dal trono. S'egli è ucciso, cessa la disputa, perchè la morte annulla tutto, ed è comune a tutti, e tutti agguaglia; nè può essere oggetto di paragone. Se non è ucciso, pigliate qualunque meno infelice della gente minuta, e vi parrà che il re caduto è felicissimo a petto a quello. Ora io domando, perchè tutta la compassione, tutti gli affetti de' cuori ben nati, tutte le lacrime degli uomini e delle donne, debbono essere concesse al re caduto, e non a colui che nacque miserabile, cioè al meno infelice e non al più. O anche la compassione è schiava?

Ma lasciamo questa questione. Io credo che se i poveri non si corrompessero nelle loro sventure, e sapessero serbare un animo grande, e descrivere i mali loro, l'ultimo dei mendicanti potrebbe aggiungere qualche articolo sconosciuto alla storia delle sventure umane.

Io ho voltato in tedesco questo manoscritto, ed ho in animo di pubblicarlo al mio ritorno a Berlino, dove riuscirà più originale che qui, per le descrizioni che vi si trovano di alcuni vostri costumi nazionali, molto diversi dai nostri, e, perdonatemi, molto strani.

Non per tanto, ho voluto farvi dono del manoscritto originale, perchè mi piacerebbe che lo pubblicaste così com'egli fu scritto dall'infelice donzella di cui contiene la vita; e perchè vi assicuro che mi sono assai affezionato alla memoria di questa misera Ginevra, e vorrei che le sue sventure fossero conosciute da tutto il mondo.

Come mi sia pervenuto alle mani il manoscritto, lo potete vedere dalla copia del preambolo che ho scritto per la mia versione. State sano. Di Firenze a dì 1 di ottobre MCCCXXXV.

PREAMBOLO DEL SIGNOR DI BLUMENFIELD ALLA SUA VERSIONE: TRADOTTO DAL TEDESCO.

Durante la mia breve dimora in Napoli, passeggiavo un giorno su per il ponte della Sanità, e volgevo lentamente gli occhi di qua e di là, contemplando la lunga collina, che, diramandosi da monti lontani, va a terminare nella vetta, più tosto arcigna, di San Martino. Guardando in giù da sinistra, fermai l'occhio sul convento di San Gennaro detto dei Poveri, la cui facciata sembra a un tratto come se combaciasse col monte e il convento fosse incavato in quello. Questa immagine mi rammentò le catacombe ch'ivi sono, e ch'io, quando molto giovanetto venni in quella città con mia madre, ch'era al seguito di Maria Carolina d'Austria, aveva più tosto vedute che considerate: in quell'età, in cui tutto, anche un sepolcro, ride al nostro sguardo. Poi, seguíta la morte di mia madre e i sanguinosi rivolgimenti di quel miserabile paese, degno certamente di una sorte migliore, perchè nessuna nazione è degna d'essere infelice, la mia buona o rea fortuna mi menò assai di lungi. E vidi molte cose, e fra queste alcune grandissime: ed alcune dalle quali s'impara a vivere, per virtù magica del pensiero, in altre età con altri popoli. Dai quali ritornando a questi moderni, e pure avendo in su gli occhi gli avanzi giganteschi della rovina di quelli, pare per un istante che ti si sveli il mistero dell'essere universale, e come qualunque cosa più grande non dura. Ed allora l'uomo si lamenta meno che le ridenti promesse della prima età sieno seguite da uno sconsolato lutto.

Mi ricorse al pensiero la memoria delle catacombe di San Sebastiano a Roma, e mille altre fantasie somiglianti, che mi profondarono in una malinconica contemplazione di quello che non è più; e scendendo per lo sghembo ch'è a sinistra del ponte, m'avviai verso il convento.