Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato, perchè, rotte com'erano le communicazioni coll'interno della città, nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti, avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti propositi.
La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella Guardia civica. Presiedeva a quest'operazione il generale Teodoro Lecchi e l'impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni procedevano più regolarmente ch'era possibile, ma al momento della distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O'Donell, ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi, state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova polizia, in seguito al decreto di O'Donell, col quale scioglieva la polizia antica, ogni trattativa non approdò a qualsiasi favorevole risultato.
Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di O'Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo pienamente nell'operato di Torresani, invece di armi spedì armati. Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini), irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione, arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle; talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di ordinatamente ritirarsi.
Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello dalla parte di S. Nazaro.
Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de' granatieri, pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.
Passando ad altro punto della città, abbiam veduto che O'Donell era stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove pose sede il quartier generale dell'insurrezione. Si potrà censurare la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale rivoluzionario, così distanti l'una dall'altra: ciò non può essere obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi ommesso di dire che allorquando il conte O'Donell veniva scortato come ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per questo fortuito caso che l'autorità municipale, ricapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e ritenendo O'Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza all'occupazione militare del Broletto.
Terribile era intanto l'aspetto di Milano!... Barrate le strade, scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall'alto, uno scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente del popolo insorgente, gli urli e le bestemmie di una soldatesca inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando in quando mandava acqua,—tutto ciò rendeva terribile l'aspetto della città ... Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per l'aere già cupo:—erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono terribile a' despoti, e che fece lor sempre rintronare all'orecchio che anche il popolo ha la sua forza; anch'esso i suoi colpi di Stato: talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane debolezze scese per l'Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti dell'assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse, strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando al re con fiero accento: Ebbene! voi suonate le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane;—e bastò la tremenda minaccia per fiaccare l'orgoglio del re e fargli mutare i patti.
E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S. Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana, e cominciò a martellare. Risposero tosto allo stormo la chiesa di S. Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò che col cessare delle offese nemiche, mentr'esso infondeva terrore nel nemico, nello stesso tempo incorava gl'insorgenti, dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.
Sull'Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella corsia. Vittima in quell'eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23 anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.
Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina, ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte, finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele, fu da uno de' Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con una fucilata in una gamba.