Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentre
Lo giorno se n'andava e l'aer bruno
Toglieva gli animai che sono in terra
Dalle fatiche loro[6]....
non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di riposo; ma d'altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai disagi, e dall'odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s'opponeva conseguentemente alla traduzione e resisteva co' pugni, i soldati lo strangolarono e l'appiccarono ad una lampada. Nè i superiori, conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente all'inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri. Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl'infelici vennero barbaramente gittati nella fossa che trovasi nella terza corte del castello.
Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno; le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con qualche fucile da caccia.
Nei Martiri della rivoluzione lombarda[7] rileviamo che una forte compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo centuplicò la sua mitraglia. L'ira traboccava da ogni animo, ed ogni soldato che cadeva era accompagnato dal grido di: Viva l'Italia, e da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione, ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve: perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati morti all'angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuove perdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all'angolo di Poslaghetto i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa, apersero un vivo fuoco co' loro fucili da caccia contro la truppa, la quale tenne fermo per quasi mezz'ora, rispondendo alle fucilate con ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S. Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata assai estesa, che dall'angolo della via degli Osti si appoggiava all'altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati, uno de' quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco. Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena potette ripararsi sotto il Cascinotto, or più non esistente, formato allora da un'ampia tettoja, d'onde poi si partirono. E molestati ad ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di Corte e vi si ripararono.
Partiti appena i soldati dal cascinotto, irruppero dalle case molti ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di riparo a nuove truppe sopravvenienti.
In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un'ora, ma lotta di leoni: de' soldati molti furon feriti e quattro morti: de' Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata la via per un istante, il popolo l'asserragliò di poi, adoperando in gran parte i libri bolletarii presi nell'ufficio del Bollo, ove trovavansi in grande quantità.
Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante, chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di Spaur, si fece da' soldati scortare al bastione e quindi in castello, approfittando dell'oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano il cielo avevano anticipata la sera.
Trenta furono le vittime cittadine—furon trenta martiri pella patria,—perchè tutti caddero per essa e col nome d'Italia sulle labbra.