IL MONTE “LA PANIA„.

I figurinai cominciano da ragazzi, come garzoni: poi divengono padroni e formano la compagnia. — Vanno in ogni parte del mondo: in Germania, in Russia, in Oriente, ma più specialmente in America. Perciò, al loro ritorno, sono designati col nomignolo di americani: e perciò, come scrive il Pierotti, «Le osterie, i caffè, le rivendite portano il nome di qualche città americana: passa il Caffè Nord-America, la Trattoria Buenos-Ayres, la Drogheria Brasiliana, tutti esercizî che si aprono in casette e villini nuovi e puliti, fabbricati per lo più da figurinai che hanno lasciato di girare il mondo e si sono ritirati in patria a godersi le sudate agiatezze. Sulle porte e per la strada si vedono a colpo d'occhio questi fortunati possessori di migliaia di dollari e di milioni di reis, si indovinano dal taglio degli abiti, dalle forme esotiche dei cappelli, dall'aria di lavoratori in vacanza, occupati tutt'al più a sorseggiare il punch nero e l'arzillo vinetto montanino, che offrono liberalmente, con una curiosa passione anfitrionica, agli amici del paese ed ai forestieri che non conoscono né di nome né di vista. Nei giorni di festa anzi, troneggiano nei caffè e nelle osterie, attorniati dagli ammiratori trincanti e pagano invariabilmente le consumazioni di tutti gli avventori noti ed ignoti che si trovano agli altri tavolini».

IL MONTE FORATO.

Dal lavoro dei figurinai è derivata a Coreglia quell'agiatezza che spira da tutto il suo aspetto. — Essi, per lo più, riescono, in varie serie di viaggi, a mettere insieme discrete fortune e tornano poi a godersele nel loro paese, ove comprano e edificano o restaurano qualche villetta e vivono e muoiono in pace. Taluno è anche riuscito ad ammassare vistose sostanze, mettendo negozî di lusso nelle principali città d'Europa e d'America. Tra questi il Barone Vanni, già figurinaio egli stesso ed oggi lor mecenate, fondatore di una scuola di plastica e di disegno pei figurinai, nominato barone dall'imperatore d'Austria e commendatore dal Re d'Italia, raccoglitore di opere d'arte da servir di modelli, di quadri, di medaglioni robbiani, di sculture e maioliche, con cui ha formato un Museo che è al tempo stesso un'Accademia di Belle Arti pei formatori in gesso o, come il Pierotti li chiama, per gli scultori del popolo.

Ma una visita a Coreglia non sarebbe compiuta, da chi non salisse al luogo detto La Croce per ammirare di lì la distesa delle Alpi Apuane che, in quel punto, sono battezzate col nome di Uomo morto, sembrando che dalla Pania della Croce si distenda una figura umana colle mani giunte, e per ammirarvi altresì l'effetto di quello che Giovanni Pascoli chiamava il secondo tramonto: cioè l'infiltrarsi dei raggi solari, dopo che l'astro è scomparso dietro le montagne selvose, a traverso il fóro di quel monte che fu per questo chiamato Monte forato.

Come in quasi tutti i paesi di montagna, così, anche a Coreglia, il ceppo del paese collocato sull'altura ebbe le sue propaggini al piano: e così, al di sotto del paese primitivo se ne formò un altro che reca appunto il nome di Pian di Coreglia. — Ma di questo nulla è da dire: né molte parole occorreranno per alcuni degli altri paeselli formanti il Comune di Coreglia. — Così di Vitiana basterà ricordare l'antica esistenza, se uno strumento del 994 parla delle decime pagate dai suoi abitanti e cedute a Rodilando dal vescovo Gherardo di Lucca. — Vitiana rientrava anticamente nel piviere di Loppia e passò in quello di Coreglia più tardi. — Piccoli borghi, ma pur essi di antica origine e tutti ammirevoli per la graziosa posizione e per le belle vedute, sono Grumignana e Lucignana o Lusignana, anche quest'ultimo passato dal piviere di Loppia a quel di Coreglia e ricordato tra i casali o castelli concessi a titolo di contea dall'imperatore Carlo IV a Francesco Castracane degli Antelminelli. Più interessante di tutti, per l'aspetto suo e per le memorie storiche, è certamente Ghivizzano. Il visitatore che vi si rechi ha l'impressione di trovarsi dinanzi un pezzo di medio evo rimasto quasi immutato nei secoli: quasi, perché, in questi ultimi tempi, qualche stonata ritintura alla facciata di alcune case, qualche intonacatura delle vecchie pietre e qualche altro infelice racconciamento hanno un po' alterato le linee del quadro: ma ancora l'interna struttura del paese e i viottoli tortuosi e gli oscuri sotterranei nei quali si aprono di quando in quando gli spiragli delle feritoie, e i ruderi delle mura e la rôcca ridestano i ricordi e l'immagine della vita medievale e riconducono il pensiero a quell'età di delitti e di fede, di battaglie e di amori.

Il documento più antico in cui si trovi notizia di Ghivizzano è l'atto del 994 col quale il vescovo di Lucca Gherardo II ne faceva cessione ai Rolandinghi di Loppia. — Allo stesso anno 994 risale la costruzione della chiesa, primamente dedicata a s. Martino, ma successivamente passata sotto la protezione dei santi Pietro e Paolo. In questa chiesa è una pittura di ignoto maestro, rappresentante la Circoncisione. Vi si trovano pure, incastrate nel pavimento e ben conservanti gli antichi intagli e le antiche sculture, le tombe di Giovanna e di Filippo Castracane: moglie la prima di Francesco, cugino del gran Capitano, e figlio l'altro di lei. Queste tombe serbano ancora le loro iscrizioni che, rispettivamente, son le seguenti: