Veramente stupenda è la veduta che dal piazzale della chiesa di Ghivizzano si gode: ché, mentre al di sotto si stende il paese cupo e severo nella sua antichità pittoresca, dinanzi si scoprono verdi praterie ed ampie vallate in mezzo alle quali si snoda tortuosamente il Serchio come un immenso serpe d'argento e il quadro s'incornicia di alte montagne sparse di numerosi villaggi e in fondo s'innalza maestosamente la catena delle Alpi Apuane. Onde non a torto il castello di Ghivizzano fu considerato come uno dei più belli ornamenti delle pendici appennine della provincia lucchese.

L'ultimo paese del Comune di Coreglia, al quale dobbiamo accennare, è Tereglio: grosso borgo disteso sul vertice d'una montagna in guisa tale da aver dato origine al detto popolare

Tereglio lungo lungo

Se avesse la cappellora somiglierebbe un fungo.

Vi si accede da una strada ruotabile che aveva fatto costruire, spendendovi ingenti somme, la duchessa di Lucca Maria Luisa, e che avrebbe dovuto continuar fino a Modena, passando al di sotto del Rondinajo. Ma rimase interrotta e anche il tratto esistente è in condizioni deplorevolissime.

Tereglio, nel secolo XIV, fu un castello continuamente disputato fra i Guelfi e i Ghibellini: passò poi, come vedemmo, ai Castracane per cessione fattane loro dal re Carlo IV: quindi seguì le vicende del Comune di Coreglia e fu poi ceduto alla Repubblica di Lucca per 11000 fiorini d'oro. Nel 1848 fu punto di sosta alle truppe toscane moventi alla guerra. La chiesa serba reliquie di s. Bonifazio e contiene alcuni dipinti non ispregevoli e un Crocifisso dipinto, del secolo XIII, opera di uno dei Berlinghieri di Lucca. Devonsi pure notare: un ciborio in marmo (sec. XIV), un bel lavabo in pietra serena del sec. XV con ornamenti scolpiti a bassorilievo e infine una statua dell'Angelo annunziatore da assegnarsi al sec. XIV sebbene porti la data 1588 che sta certo a indicare un posteriore restauro.

Fanno generalmente capo a Tereglio coloro che vogliono tentare l'ascensione del Rondinajo, la cui vetta, alta 1964 m. sul livello del mare, dista da quel villaggio circa 10 chilometri, ed è la più elevata dell'Appennino toscano.

Una strada scabrosa e difficile, ma rallegrata dall'alternarsi di panorami svariati e stupendi, conduce innanzi tutto al luogo detto Sasso a Mottone, e così chiamato per essere appunto un masso colossale tagliato nella viva roccia ed alto circa 40 metri. Più di una volta ne precipitarono le povere contadine che si arrischiarono a salirvi per farvi erba.

L'incantesimo principale dell'ascensione consiste nei contrasti che presentano le diverse vedute: ora burroni scoscesi e precipizî spaventosi in fondo ai quali rumoreggiano le acque di impetuosi torrenti: ora praterie verdeggianti e valli incantevoli e poggi vestiti di selve maestose. — Oltrepassato l'Albero della Madonna del quale narra la leggenda che fu improvvisamente fatto sorgere dalla Vergine del Soccorso per salvare un uomo che stava per precipitare nel fondo, si giunge all'Ospedaletto, ove erano l'antica dogana e un ricovero pei viandanti, donde il nome del luogo, cioè Ospitale, Ospitaletto e poi Ospedaletto. Superiormente s'incontra il Belvedere, del quale veramente può dirsi che il nome gli fu con ragione attribuito, giacché più bel vedere di quello che presenta quel punto non si potrebbe immaginare, mentre l'occhio raggiunge la pianura fiorentina e i monti del Casentino e quei del Valdarno. Traversato il Ponte del Poeta, oggimai rovinato, ma serbante i segni della vecchia architettura pregevole, si raggiunge la Foce a Giovio, dalla quale lo sguardo spazia per la vallata modenese, riconoscendone varî paesi, quali Fiumalbo, Sant'Andrea, Le Tagliole, Pieve a Pelago etc. — Di là, per raggiungere la vetta del Rondinajo, occorre girar la montagna, che dal lato di mezzogiorno è assolutamente inaccessibile: e così s'incontrano i resti di una antichissima via, costruita di ciottoli, che reca il nome di Strada d'Annibale e che la tradizione afferma costruita dal grande guerriero cartaginese. Poi, superando passi difficili e talora anche pericolosi, sì che i contadini, in certi punti, prima di passare si fanno il segno della croce, e traversando rupi e massi e macchie e frane innumerevoli, si arriva alla vetta del Rondinajo, dalla quale sembra infinito il mondo che si svela allo sguardo. La grandiosità dello spettacolo è tale che non solo la parola sarebbe impotente a descriverla, non solo la fotografia sarebbe incapace a ritrarla; ma anche l'arte del pittore rimarrebbe sgomenta, come dinanzi ad impresa soverchiante le sue forze.