[(41)] Molti critici, e Warburthon, e Voltaire fra questi, ritrovano difficile di rendere ragione, perchè le leggi portate dall'Exodo, dal Levitico, dal Deuteronomio non facciano alcuna menzione di questo dogma terribile, che solo può mettere un freno ai rimorsi interni, ed alle colpe secrete; quindi essi pretendono illativamente inferire che l'Immortalità dell'anima fosse del tutto sconosciuta agli antichi ebrei.
Che nella Scrittura non trovisi alcun passaggio che dimostri espressamente esistere nell'uomo un essere incorporeo e non suscettibile di morte, come tanti altri ve n'ha che provano chiaro ad ogni tratto l'esistenza di un Dio Creatore, io ne convengo, ma condiscendere, al contrario, io non posso, che non vi sieno in essa delle espressioni che lo facciano distintamente sotto intendere (ved. Comment. Abrab. negli ult. cap. del Levit. Gen. 17 Exod. 12 Levit. 18 Menas. Ben Isr. suo Nishmat Haym cap. 3 e 5.). In fatti cosa vorrebbero mai significare quelle frasi per tante volte reiterate in varj luoghi del Pentateuco di חיו תחיה (hajò tihjeh) vivere vivrai; מות תמות (moth tamuth) morire morrai ונכרתה הנפש (venihretah anefesh) e sarà squarciata, o distrutta l'anima, se rapportare non si facessero alla Immortalità, od alla ricompensa, ed alle pene eterne dell'anima umana? Poichè diversamente opinando, io ricercherei di buon grado a' suddetti critici, come spiegherebbero essi mai quel vivere due volte, e due volte morire? E a quale oggetto minacciare l'anima di sterminio, se sobire essa dovea il medesimo destino del corpo, e soggiacere alla stessa dissoluzione di questo? Da tutto ciò chiaro apparisce che sebbene Mosè non insegnasse apertamente al suo Popolo il dogma dell'Immortalità dell'anima, esso con tali espressioni rendevagli agevole il mezzo di farglielo in ogni senso capire.
D'altronde mi sembra il massimo degli assurdi il credere che gli ebrei (come alcuni lo pensano senza fondamento) non conoscessero questo principio, se non se dopo di essere divenuti la conquista de' Romani, giacchè l'Istoria dimostraci, all'opposto, come evidente, che a' tempi di Nerone tutta Roma ripeteva che la Dottrina dell'altro mondo nuovamente introdotta, snervava il coraggio de' soldati, gli rendeva più pusillanimi, e togliendo loro l'unico, il principale conforto degli sventurati raddoppiava finalmente la morte colle minaccie di nuove sofferenze dopo questa vita (ved. M. Deslandes. Hyst. Crit. de la Philos.). Siccome è del pari una menzogna incontestabile l'asserire che gli ebrei apprendessero questo dogma da' primi Padri del cristianesimo (come alcuni altri erroneamente lo sostengono) mentre non solo l'ignoravano essi ancora, ma ne concepivano inoltre le idee le più informi, e le più materiali. S. Ireneo diceva che l'anima era un soffio, flatus est enim vita (Teol. Pagana). Tertulliano nel suo Trattato dell'anima la pretende corporea (De Anima cap. 7 pag. 268). S. Ambrogio insegna che non v'ha che la trinità esente da composizione materiale (Ambr. de Abramo). S. Ilario vuole che tutto ciò che è creato è corporeo (Hil. in Math. pag. 633.). Nel secondo Concilio di Nicea credeasi ancora fermamente gli angeli corporei, così vi si legge, senza scandalo, queste parole di Giovanni di Tessalonica: Pingendi Angeli quia corporei. S. Giustino, e Origene credevano l'anima così pure materiale;, essi consideravano la sua immortalità come un mero favore unicamente dell'Essere Supremo. E Agostino stesso, benchè a noi assai più recente degli altri menzionati, quali idee confuse non ci ha esso pure tramandate sulla spiritualità delle sostanze immateriali? (ved. Aug. De Civit. Dei Lib. II. Cap. XXIII. T. VII. pag. 290 De Gen. contr. Manich. Lib. I. Cap. XI.) con tali assurdi principj, si oserà egli sostenere ancora che gli antichi ebrei imparassero il dogma dell'Immortalità da' primi Padri della Chiesa Cristiana?
[(42)] Questa prescrizione non ha per iscopo che un mero suggerimento di pietà; come sarebbe quello appunto di non dovere cuocere l'agnello nel latte della capra; di che sarà da noi frappoco espressamente ragionato.
[(43)] I primi Padri della chiesa Giudaica erano sì persuasi, e convinti, che non era permesso di aggiugnere la benchè minima cosa alla Legge primitiva, e che i Profeti stessi non aveano il diritto, nè la facoltà di farvi degli aumenti di sorte alcuna, ch'essi presero a grande scrupolo l'ordine che Mordocheo, ed Ester hanno pubblicato di leggere tutti gli anni l'involto che conteneva l'Istoria della prodigiosa rivocazione che dessi avevano procurata della crudele sentenza di morte, già pronunziata contro l'intero Popolo ebreo della Media, e della Persia, che il reprobo Amano vice Re di quelle veste Province, tentava di sradicare dalla terra.
[(44)] Prescindendo da que' tanti raffinamenti co' quali pretendono i Talmudisti sottilizzare la divisione di simili Precetti; noi non facciamo quì espressa menzione, che de' tre soli nomi de' quali si è servito lo stesso Legislatore Mosè per esprimerli, e significarli al suo Popolo; questi nomi dunque sono: 1.º, מצות (mizvoth) Precetti 2.º חוקים (Hukim) Statuti; 3.º משפטים (mishpatim) giudizj. A' primi dicono appartenere que' Precetti di cui la ragione è renduta espressa nel resto della Legge; per esempio, i motivi pe' quali gli Ebrei debbono solennizzare le feste, questi sono in chiari sensi menzionati nella Scrittura: i secondi racchiudono in essi medesimi le loro ragioni nelle parole stesse della Legge; Dio, si aggiugne volle rendere queste ragioni occulte al Popolo Ebreo, e ciò pe' suoi arcani imperscrutabili disegni; gli ultimi finalmente contraddistinguono Precetti dell'intendimento, i quali, se anche non fossero menzionati delle sacre pagine, la ragione medesima dell'uomo gli ordinerebbe.