[(37)] Dopo le tante dotte ponderate riflessioni, e gli energici discorsi fatti sopra questo proposito da entrambe le assemblee Israelitiche convocate in Parigi, l'una il Luglio 1806, l'altra in Febbrajo 1807 per Augusta Paterna disposizione dell'Illuminato Monarca della Francia, e dell'Italia, sempre intento a migliorare la condizione dell'ebreo soggetto alle ammirabili sue Leggi, cosa mai aggiugnere io potrei per dimostrare l'onta incancellabile che risulta all'ebreo la trasgressione di questo Precetto, per cui esso fu in ogni tempo, e ovunque preso di mira, sebbene non sia quello il solo ad esercitare impunemente l'infamante mestiere di usurajo? Che l'ebreo esercitasse l'usura in que' tempi calamitosi ne' quali un avverso destino lo volea soggiogato sotto l'impotente dominio di certi devoti, ed imbecilli regoluzzi, che religiosamente gli toglievano qualunque mezzo di sussistenza, interdicendoli per sino tutte le vie regolari di un commercio decoroso, il possesso di fondi, l'esercizio delle arti liberali, il diritto pur anche di cittadino, esso potea in tale stato ripeterne la legittima cagione dalla pressante necessità a cui trovavasi astretto: ma come potrebbe mai giustificarlo attualmente l'ebreo della Francia, e dell'Italia, in particolare, protetto, e governato da un Sovrano, il di cui vasto potere eguaglia l'estensione de' suoi lumi, che lo ha posto a livello della più insigne Nazione che calpesti l'universo, e della quale esso è felicemente per quello il Capo, la delizia, ed il sostegno? Or che all'ebreo fu permesso di rientrare nella classe degli enti ragionevoli, da cui la superstizione, l'orgoglio, e l'ignoranza tentarono sempre di eccettuarlo; ora che libero può disporre di que' talenti de' quali esso è fornito, che può usare di quella industria ch'egli sente; che può impiegare a suo piacere quelle dovizie che possede, or, in una parola, che esso è fatto Cittadino delle più cospicua monarchia che oggi esista, chi potrebbe mai, senza fremere, mirarlo esercitare ancora sì detestabile ufficio? A fronte di tanti considerabili vantaggi che ora concorrono a migliorare la di lui sorte, non è egli condannabile oltremodo, il vedere tutta via esistere fra noi queste sanguisughe crudeli, sitibonde delle sostanze altrui, come se non vi fosse altro mestiere da professare fuori di quello, che oltre essere cotanto vituperoso per se stesso, tende ad estenuare le facoltà le più opime, ed a porre nella desolazione la classe la più benemerita dello Stato, perchè la più laboriosa, e la più utile, ma quasi sempre scarsa di fortune, ed impotente? Si ha un bel opporci da costoro di esserne ampliamente autorizzati; adducendo che avvene parimente nella Francia, e nell'Italia un affluenza d'individui non ebrei, che esercitano l'usura con eguale avidità, come se ciò che è evidentemente contrario alla natura, e recalcitrante alle Leggi della società, sarebbe meno pernicioso per essere approvato, e come se permesso fosse all'uomo di giustificare le proprie colpe, adducendo per iscusa i depravati esempj altrui. Ma finiamo col conchiudere che l'usura, da chiunque siasi che venga esercitata, sarà sempre mai l'arte la più vile, che abbia saputo in alcun tempo immaginare la sordidezza umana, ed ovunque degna della perpetua esecuzione delle Leggi Divine, e terrene, e che per conseguenza l'interesse di ogni illuminato governo, che vuole la felicità de' propri sudditi, e l'equilibrio delle loro sostanze, dee essere quello di proscriverla sotto austere comminatorie da tutta la estensione de' loro dominj.

[(38)] A fronte di tutto lo zelo che gli ebrei dimostrano di avere per la Religione che professano, si potrebbe avanzare con qualche sicurezza, che niente è meno osservato da essi di questo Precetto. In fatti sarà egli mai un rispetto il fare dei conciliaboli com'essi fanno entro le loro Sinagoghe, durante il tempo delle loro preci, ed anche sovente trattare, e conchiudere degli affari? Sarà forse un rispetto il passarvi le 8, e 9 ore del giorno, reiterando sempre le medesime rapsodie insignificanti, indirizzando a Dio cento Benedizioni (che tante sono quelle prescritte da' Rabbini Ghem. Trac. Berah.) entro lo spazio di un solo giorno, o molte altre sì fatte repliche futili, che ad altro oggetto non servono che ad annojare il supplicante, ed a stancare l'esauditore? Sarà forse venerare il luogo Sacro le ridicole contorsioni che a guisa di Bonzi, o di Bracmani mirasi fare degli ebrei nell'occasione de' Tabernacoli, col fascicolo di palme che tengono fra le mani, che rivolgono postato a foggia di arma, or alla parte dell'oriente, or a quella di occidente; ora verso il Cielo, ed ora sulla terra, percuotendosi il petto; convinti di espellere, o conquidere il Demonio con sì fatte stravaganti giravolte? E quell'asta pubblica che osservasi fare dal (Sciamash) inserviente, in qualche luogo ogni sabato, ed in qualche altro ogni novilunio, consistente nell'incanto formale, in favore del migliore offerente, dell'apertura dell'armadio delle Bibbie, del trasporto del Sacro viluppo da questo dove si estrae, fino al pulpito dove si legge, nudarlo, sfasciarlo, indi avvilupparlo di nuovo per rimetterlo in esso; esservi chiamato astante alla lettura, e cose di tal fatta, saranno esse, dico, marche di rispetto, e di venerazione in un locale che si reputa santificato dalla gloria ineffabile dello stesso Eterno Creatore, che rendono testimonio delle loro pratiche puerili, e delle più ridicole cerimonie? Dovrà egli supporsi? . . . ma io non finirei sì tosto certamente, se tutti quì riportare io dovessi le tante altre varie trasgressioni che si commettono ad ognora dall'Israelita de' nostri tempi, contro questo essenzialissimo Precetto, che non giugnerà mai questo popolo a mantenere con esattezza, fino a tanto ch'esso non dispongasi, con animo integro, a riformare, unito a questo, i tanti altri abusi de' quali la sua Religione è da tempo immemorabile aggravata.

[(39)] I disordini che si veggono introdurre contro la decenza, ed i costumi per tutto dove questo abuso è tollerato, mi ha indotto ad inserire quì anche questo Precetto, già ordinato da Mosè (Deut. cap. 22 v. 5.), il quale vietando agli uomini ogni azione effeminata, siccome proibendo alle femmine di usare ciò che serve all'abbigliamento de' maschi, esso non ebbe altro scopo certamente, l'urbanità, e la politezza de' costumi del suo Popolo, sì soggetto a corrompersi con tali bizzarre trasformazioni. Io credo per altro, che lo stesso disegno abbia dato origine all'altro divieto imposto agli ebrei dallo stesso Legislatore (Levit. cap. 19 v. 27.) di radersi la barba col rasojo dalle tempie discendendo lungo le gote; ma questa prescrizione può essere oggi ancora mantenuta intatta da' soli ebrei dell'oriente, poich'essa si uniforma col costume universale di que' popoli; però sarebbe cosa ridicola oltremodo praticarlo in Europa dove le Nazioni che vi abitano generalmente usano di raderla.

[(40)] Di queste Neomenie, cioè, feste del novilunio che si celebravano il primo giorno di ciascun mese. La Scrittura ne parla espressamente in varj luoghi (Ps. 80 v. 4 Num. 28 v. 11.) ma questo non era mai considerato giorno di festa, benchè vi si offrissero altri sacrifizj, eccetto il quotidiano, e si suonassero trombe di argento, ciò non ostante non prefiggevasi dovere di astenersi da opera servile, come non se ne astengono gli ebrei nè pure ai nostri tempi: questo ad altro non serve, che a contraddistinguere il giorno, e l'epoca indicante le grandi solennità; del resto non vi ha che le donne maritate presso gli ebrei, che ne abbiano conservata qualche debole memoria, cessando com'esse fanno in detto giorno qualunque travaglio anche di famiglia, eccettuatane la cucina. Per altro, non mi sembra inopportuno di ragionare quì qualche cosa meramente di passaggio sulla natura de' mesi ebraici, e su' motivi delle fissate intercalazioni.

I mesi degli antichi ebrei dunque erano lunarj, ma ad oggetto di rendere il loro anno così lungo come il nostro, ed accordarlo coll'apparente corso del Sole, essi intercalavano di tempo in tempo un mese; quindi è che ve ne era qualche volta 12, e qualche volta 13 nel periodo di un anno completo; d'altronde siccome celebravasi ogni primo giorno di mese, nel modo che testè lo abbiamo espresso, questo cominciamento dipendeva dalle apparizioni della Luna; si avea la precauzione di spedire delle persone sulla vetta delle montagne affine di scuoprire i primi momenti in cui la Luna compariva sull'Orizzonte, ed era tosto comunicato al Consiglio, il quale dietro il loro rapporto esatto, proclamava che in tale giorno era la Luna nuova, festa dell'Eterno, ed il principio del mese (ved. Cuz. p. 3 et not. Buxt. 207 ad 213 Sim. Dict. de la Bib. T. 1 pag. 384.) Ma i Rabbini essendo accostumati di rapportare tutto a Mosè, dicono che Dio gli mostrasse in visione una figura della nuova Lune, comandandogli di riguardarla attentamente, e di regolarsi intorno a ciò per fissare il primo giorno di ciascun mese, ciò ch'egli eseguì sempre con tutta diligenza.

Tale è dunque la prima, e la più positiva maniera che fu anticamente praticata nel fissare il calendario, o il principio del mese. Inoltre i Rabbini avendo rimarcato diversi inconvenienti in questo metodo, atteso che la Luna non comparisce sempre sullo orizzonte; e può non essere veduta per cagione delle nubi, o delle nebbie, specialmente nel suo primo quarto in cui essa non ha che una luce debole e tremolante, procurarono di rimediarvi colle intercalazioni, od aumento di un mese, facendo così l'anno ogni triennio di 13 lune, e questo è quello che gli ebrei chiamano מעובר (menghubar) che significa Pieno.