[(A)] Exo. Cap. XII. v. 14.

[(49)] Chi potrebbe mai somministrarci una giusta, e sensata spiegazione di quel testo comandato agli Ebrei da Mosè (Exodo cap. 35. v. 3.) לא תבערו אש בכל מושבותכם ביום השבת (lo tebangharu esc vehol moscebotehem vejom asciabath) non accenderete fuoco in alcuna delle vostre abitazioni il giorno di Sabato? vorrà egli significare questo precetto non usarne di sorte alcuna giammai, e ad imitazione de' saducei, o de' caraiti restare all'oscuro la notte entrando il Sabato, ed accendere il fuoco solo nella contrada, com'essi fanno, in prospetto delle loro Case? Sarà egli stata forse la mente del Legislatore, comandando un simile Precetto, che non possano gli ebrei muovere il fuoco tutto quel giorno, e la sera antecedente, ma che d'altronde sia eglino permesso di servirsi di qualche incirconciso, per tale ufficio, nel modo appunto che or lo praticano gli ortodossi Talmudisti? Dissimulare io non posso certamente che a fronte di tutta l'inerenza rispettosa che io sento per l'essenzialità delle Instituzioni mosaiche, siccome l'assunto da me intrapreso in chiari sensi lo dimostra, io non saprei ritrovare sufficienti ragioni di sorte alcuna, onde adattare questo precetto, che alla lettera riuscirebbe assolutamente ineseguibile, e che preso secondo la tradizione più non sarebbe allora quello stesso che Mosè intese di ordinare; ma la sola parafrasi rabbinica sarebbe quella unicamente che ne terrebbe le veci. A quale partito dunque appigliare ci dovremo in simile caso affine di colpire il senso inalterato di sì fatta prescrizione senza cadere nelle pratiche ridicole de' primi, nè essere trascinati dal torrente delle superstizioni deplorabili de' secondi? L'[annot. 86] di questo volume somministrerà ad esuberanza le ragioni adeguate che potrebbero fare credere l'Israelita dei nostri tempi, se non dispensato interamente dalla osservanza di questa prescrizione, almeno in gran parte alleggerito da quelle rigorose cerimonie che dalla tradizione gli furono imposte in simile giorno.

[(A)] Ved. le Annot. [28], e [29] di questo Vol.

[(50)] Gl'Israeliti erano soliti a distinguere due speci di anni, cioè, l'anno Santo, e l'anno Civile; il Santo cominciava il mese di Nissan (Marzo) nella metà del quale è comandata la Pasqua delle Azzime; (notando che questo stesso mese fu parimente denominato dalla Scrittura Abib, cioè il mese delle spigature delle nuove biade, o come dice il Sacro testo, delle nuove spighe, verdeggianti, che cominciavano a biondeggiare); ed il Civile avea il suo principio dal settimo mese chiamato Tisrì (Settembre). Il Levitico dice (cap. 25 v. 4.) che si comincieranno a contare gli anni del Giubileo, non già dal mese di Nissan, ma da quello delle seminagioni, che era propriamente il settimo di cui parliamo; e nell'Exodo poi si legge (cap. 23 v. 16.) che si celebrerà la festa dei tabernacoli allorchè sul terminare dell'anno si ripongono tutti i frutti delle campagne, ciocchè regolarmente accadere non potea che nel mese di Settembre. Tale è dunque la distinzione dell'anno presso gli antichi ebrei.

[(A)] Ved. le Annot. anteced. [32] [33] [34].