Tutti i più dotti, ed i più rinomati Giureconsulti del mondo, e fra questi Grozio, e Puffendorff, non cessano di ripeterci d'accordo ad ogni tratto, che non solo fuori della Legge naturale altra certamente non v'ha che possa caratterizzarsi per se stessa perpetua, irrevocabile, ma che tutte le altre Leggi positive tanto umane quanto Divine, sono tali che si può, e si dee qualche volta sopprimerle, ciò che secondo i detti Autori si farebbe espressamente, o tacitamente nelle due seguenti circostanze: Prima allorchè si trascura, durante un lungo intervallo di tempo, di osservare una Legge; o che desse tollera che gli oggetti che vi si rapportano si regolino di una tutt'altra differente maniera di quella che è in origine prescritta. Seconda; quando lo stato delle cose si altera, o cambiasi di tale maniera che la legge diventa inutile, o che questa non saprebbe più avere luogo di legge, la medesima cade allora da per se stessa, benchè il Legislatore non l'abbia espressamente abrogata; e quando ancora egli l'avesse stabilita per dovere sempre durare.
Or le nove decime parti de' 613 precetti che Mosè prescrisse agli ebrei nel Pentateuco, e che molte imponenti, ed efficaci ragioni determinare ci fecero a sopprimere, non si trovano elleno espresse in ogni parte nelle accennate circostanze, non le abbracciano entrambe in ogni senso? Ecco ad evidenza, oltre le tante altre, a tempo debito prodotte, due possenti cagioni di più per abolirle.
Premessa dunque l'opinione incontrovertibile de' preallegati Giureconsulti, non abbiamo che farci a ponderare con diligenza la significazione meramente letterale de' precetti abrogati da noi nelle tre fissate classi, applicandoli allo spirito del testo da cui partono, per restare intimamente convinti della massima inutilità de' medesimi; sia che appartenghino all'una, sia che riguardino l'altra delle circostanze testè riportate.
Oltre a ciò sembrami opportuno quì di rimarcare che Mosè non occupandosi ad ogni evento che del suo solo Popolo, non lasciò mezzo intentato per renderlo esemplare sopra la terra, isolandolo da tutti gli altri, allora conosciuti, e ne' costumi, e ne' doveri, e nelle pratiche religiose, nel modo appunto che singolarizzare lo volle anche in molte instituzioni del tutto indifferenti alla essenzialità del culto che imponevagli, sebbene da esso lui comandate con le stesse prescrizioni dei precetti primarj, ed i più importanti, e senza che alcuno potesse mai rinvenirne l'intrinseca utilità, nè i probabili motivi. Di tale sorte sarebbe, per esempio, l'ordine che in senso di Precetto impone Mosè agli ebrei di portare dei fili, o de' cordoni appesi ai quattro angoli inferiori de' due lembi negli abiti degli uomini, ciò che la Scrittura denomina ציצית zizith: Or qual disegno potrebbe mai racchiudere in se stessa una sì fatta prescrizione, se quello non fosse almeno di contraddistinguere, con tale marca visibile, l'individuo Israelita da chi tale non lo era [(54)]? Quale analogo rapporto potrebbe mai avere coll'esercizio fondamentale del culto il divieto comandato da Mosè di non seminare due articoli dissimili entro il medesimo recinto di un campo [(A)]; o pure di non mettere sotto il giogo e trascinare l'aratro due animali di specie differente, come l'asino, e il bue [(A)]; di non cignersi di abiti tessuti di lino, e lana uniti [(B)]; non isvellersi, o radere i peli de' lati della barba con ferro tagliente, che oggi spiegasi rasojo [(C)]? Cosa implicano mai tali, ed altre simili ordinanze, quale rapporto possono elleno avere, di sorte alcuna, colla semplice Religione, o coll'esercizio integro del Culto, che ogni Israelita era in dovere di conoscere, e praticare, se quelle non tendevano propriamente all'oggetto medesimo del primo, se non erano basate sugli stessi identici motivi delle prescrizioni del Zizith, e de' Teffilin? Niente di ciò più naturale, nè maggiormente comprovato dall'esperienza che il Codice Mosaico ci fornisce in tante altre prescrizioni quasi uniformi, e da noi fondatamente abrogate come pratiche destituite di base, e di ragione a' tempi recenti, nei quali offronsi all'ebreo infiniti altri mezzi più decorosi, e più efficaci per distinguersi fra gli esseri sociabili di quello che lo fossero le adotte marche ridicole, e impotenti, destinate unicamente a rendere l'ebreo un essere straordinario sulla terra, e ad allontanarlo da quelle barbare idolatre nazioni esecrate per tante volte da Dio [(A)], e che più non esistono attualmente in alcuna di quelle parti dove questo popolo è soggetto; e tanti altri divieti, de' quali fa reiterato cenno la Scrittura, e che di soverchio prolisso io diverrei, se diffondere io quì mi volessi a redigerne il dettaglio, hanno essi forse una più solida base, motivi più giusti, più convincenti? Come supporre che una lussazione accidentale cagionata nell'anca di Jacob il Patriarca, in conseguenza della prodigiosa lotta, che la Genesi ci narra avere questi sostenuta con un angelo competitore, che gli apparve in umana sembianza [(55)], come, dico, un sì fatto strano avvenimento può avere dato l'origine al divieto espresso nella Scrittura medesima di cibarsi del nervo dell'anca di qualunque siasi animale; anche permesso [(A)]? Cosa, per se stesso mai significare vorrà quel Precetto di non oltrepassare un certo tratto di cammino fuori del recinto della città il giorno di Sabato con qualunque siasi arredo, sia fra le mani, sia nelle tasche, senza escludere lo stesso fazzoletto, il di cui uso è indispensabile, e che i Rabbini poi, per indulgenza, permisero di portarlo avviluppato a guisa di fascia intorno i lombi [(56)]?
Ma prescindiamo per ora dalla serie deplorabile delle infinite altre pratiche superstiziose che fecero adottare all'ebreismo queste e molte differenti prescrizioni delle quali sembra che desso sia stato sempre condannato ad ignorare lo spirito e il senso genuino, o ad interpetrare l'uno, e l'altro erroneamente. Noi dovremo riassumere fremendo, sì malagevole proposito, allorchè imprenderemo a tempo più opportuno a dimostrare quale enorme detrimento ha per mille parti risentito la prisca consolante Religione d'Israel dalle mistiche tradizioni, commenti, e parafrasi talmudiche.
In tanto quì ci è duopo, per assoluta necessità, illativamente conchiudere, che l'oscurità in cui ci lascia il Pentateuco di ciò che più avrebbe questo dovuto porre, senza mistero, al chiarore dell'evidenza, viemaggiormente concorre a confermarmi nella mia preallegata opinione, che tre soli disegni potesse prefiggersi Mosè proclamando que' divieti già riportati, e molti altri dell'ordine medesimo, tacendone i motivi, e le cagioni [(57)]. Primo, singolarizzare, come si disse, il Popolo ebreo, e contraddistinguerlo da tutti gli altri, in quella epoca esistenti sulla terra, ed a spese ancora della propria ragione; Secondo, occuparlo incessantemente di ciò che recare gli potesse una diuturna distrazione, onde allontanarlo, per quanto era possibile, dalle pratiche odiose delle idolatre Nazioni, delle quali era esso per ogni parte circondato, e che tanta proclivia ei dimostrava ad imitare sì di frequente; Terzo, finalmente, cimentare la sua costanza, oltremodo soggetta a vacillare, ed a smarrirsi. Disegni certamente sono questi riconosciuti molto adeguati per l'Israelita del Secolo di Mosè, ma del tutto assolutamente inopportuni per l'ebreo di nostra età, il quale, purchè tratto non abbia i natali sotto uno di que' barbari cieli, dove l'impronta di uomo non può essere mai disgiunta dal carattere di schiavo; ma che la sorte, al contrario, sia per esso lui stata propizia, accordandogli per patria un suolo in cui l'uomo che sente di possedere una ragione, gli si reputa un infamia il non usarne, può, come si disse, ritrovare oggi, a suo piacere, altri mezzi plausibili assai più, e molto più solidi per distinguersi nel mondo; nè più ha esso duopo attualmente di tali distrazioni labili, e tormentose, mentre i popoli fra i quali esso vive a' tempi odierni non sono già i Cananei, gli Ibusei, o gli Amaleciti de' secoli remoti, e de' quali l'Israelita era in dovere di abominare la relazione, di rigettare i costumi, di esecrare la condotta; ma Nazioni colte, tolleranti, e civilizzate, che nulla esso perderebbe certamente ad imitare, e di cui l'esempio ben lungi dal corrompere, o depravare i suoi costumi, vieppiù lo renderebbe urbano, illuminato, ed utile alla società, quando ei sapesse almeno cogliere l'opportunità di profittarne a suo individuale vantaggio, ed a quello de' suoi simili.
[(54)] Da quando gli ebrei dovettero abbandonare le loro terre e divenire subalterni di quelle di altri Popoli co' quali furono alternativamente mischiati, riconobbero quanto sarebbe stato ridicolo per essi di dovere comparire in pubblico adorni di que' fili su' quattro lembi delle loro vestimenta; essi perciò autorizzati dai loro Rabbini si permisero di cambiarne la pratica, sostituendone invece un pezzo di drappo quadrato che ora portano soltanto sotto i loro abiti, in modo non osservato con quattro cordoni pendenti che chiamano ארבע כנפות (arbangh canfoth) quattro lati, o ale. Questi cordoni sono ciascuno di 8 fili di lana (qualche volta di refe di lino, ed anche di seta) filata espressamente per questo effetto, con 5 nodi ogn'uno, corrispondenti a' 5 libri di Mosè, que' nodi ne occupano la metà della lunghezza, e ciò che non è annodato essendo sfilato termina di fare una specie di nappa: Funiculus in fimbriis facies; per quatuor angulos pallii tui quo operieris (ved. Num. cap. 15 v. 38 e Deut. cap. 22 v. 12.)
In questa prescrizione ordinata per due volte da Mosè fanno gli ebrei consistere il più solido fondamento della credenza dell'Israelismo, atteso che gl'indicati nodi ch'essi vi fanno essendo in numero di 26 che tale è il calcolo che deducono dalle lettere delle quali si compone il Nome ineffabile יה.ה (Jehovah) L'Essere Supremo. Ma nel tempo delle preghiere che fanno entro la Sinagoga, gli ebrei s'involgono con un velo di lana, o di seta quadrato colle indicate nappe negli angoli; questo drappo essi lo chiamano Taleth, ovvero Manto che si mette sopra tutti gli altri: ma quale ne sia l'origine inutile non mi sembra investigarla avanti di passare oltre.