[(149)] Chi non fremerebbe ad un tale proposito d'intendere esclamare Ossea (Cap. 9.) Stultum, et insanum prophetam, insanum verum spiritualem? E Sofonìa, quando dicea che i Profeti di Gerusalem sono stravaganti uomini senza fede? Che diremo noi di quello schiaffo sonoro che il Profeta Sedechia vibrò impetuosamente al Profeta Michea ritrovatolo a predire de' vaticinj calamitosi al Re di Samaria, dicendogli: Come mai lo spirito di Dio è egli partito da me, per trasferirsi a te? (Paralip. c. 18.) Geremia il quale profetizzava in favore di Nabuccodonosor inflessibile tiranno del Popolo d'Israel, si era messo delle corde al collo, ed un giogo sul dorso, poichè secondo lui questo era un simbolo, ed esso dovea mandare questo simbolo a' limitrofi Regoluzzi differenti per invitargli a sottomettersi allo stesso Nabuccodonosor: il Profeta Anania che riguardava Geremia come un veggente sospetto, e degno di poca fede, gli svelle a gran forza le sue corde, gliele spezza, e getta il di lui basto a terra. Questi non sono già certamente gli effetti delle visioni intuitive di un Dio, ma quelli altresì dell'orgoglio, e della imbecillità dell'uomo abbandonato a se stesso, ed alle sue proprie tumultuose passioni.

[(150)] Il termine נבאים (nebiim) plurale di נביא Profeta viene dal verbo נבא (naba) che significa predire, indovinare; e questo vocabolo è variamente preso nella Scrittura in rapporto alle persone differenti che sono state rivestite di simile attributo. È però da rimarcarsi che l'ispezione principale de' Profeti era negli antichi tempi quella di raccogliere gli atti di tutto ciò che si passava di considerabile nella Giudea, e di scrivere i libri sacri, non tacendo pero ch'essi aveano inoltre la qualità di Oratori pubblici, e come tali arringavano in presenza del Popolo, secondo il bisogno dello stato, predicevano gli infortunj da' quali era esso minacciato, e Dio servivasi del loro mezzo per rendere noto al mondo la sua eterna volontà, e per rilevare le cose occulte. Queste arringhe, o Profezìe erano registrate, e conservate negli Archivj della stessa maniera di tutti gli altri atti, o documenti; distribuivasene ancora molte copie affinchè il popolo poteste leggerle a suo libero piacere, e ad un tempo medesimo emendarsi colle salutari esortazioni che vi si contenevano.

Queste grazie straordinarie del Cielo facevano loro conferire il nome di veggenti, come si rimarca in Saulle, il quale volendo consultare il Profeta Samuel sulla perdita degli armenti del di lui genitore, e prendere cognizione da esso del luogo in cui potevano quelli ritrovarsi, egli domandò ad alcune ragazze che ha incontrate Nam hic videns? (1. de Reg. Cap. 9); e nello stesso Cap. vi si legge inoltre che ne' tempi di Samuel, quelli che noi distinguiamo col carattere di Profeti non erano allora chiamati che veggenti; e quindi supponibile che non si chiamassero tali, se non se per ch'essi vedevano da lontano le cose che dovevano accadere, e rivelavano ciò che era occulto al resto degli uomini.

Aggiungasi ancora che un tempo si è dato pure il nome di Profeti a certe persone, le quali viveano separate dal resto del mondo, adunandosi unicamente a certe fissate ore del giorno, e della notte per tenere delle conferenze sulle scritture, per cantare gli encomj del Creatore, quali solevano accompagnare sovente da varj armonici strumenti, e ciò ad oggetto di eccitarsi meglio alla devozione, ed alla vita religiosa, e contemplativa che si erano prescelta.

CAPITOLO XVIII.

Continuazione del medesimo soggetto.

Le più generali, ed accreditate opinioni, relativamente alle qualità essenziali che distinguevano il Profeta, da chi tale propriamente non lo era, si riducono a sole tre: la prima di quelli che facevano dipendere la loro inspirazione dal temperamento, dallo studio, dalla tristezza, ed anche dall'esilio; avvene ancora chi pensa che Dio sceglieva i Profeti, senza avere niun riguardo all'età loro, alla loro nascita, nè a' loro talenti: al contrario, esso gli traeva sovente dalla classe infima del popolo. Ne sono un esempio autentico Amos il quale era boaro, ed Eliseo lavoratore di Campagna, avuto soltanto riflesso alla purità della loro vita, ed alla esemplarità de' loro propri costumi. La seconda è di coloro che sostengono che la profezia è una facoltà naturale, poichè per essere profeta, è d'uopo avere un temperamento robusto, e vigoroso, civilizzarlo collo studio, e coll'applicazione, e condurlo a tutto quel grado di perfezione, di cui può essere quella suscettibile: la terza finalmente è quella che appoggia il Maimonide (Morè Nevoh. p. 2. Cap. 32. p. 285), cioè che la profezia non allignava giammai solo che in un uomo saggio, e di una condotta irreprensibile ad ogni esperimento; quindi è che si mirano assegnare tre qualità volute necessarie, e indispensabili a' Profeti, 1.º una immaginazione viva; 2.º un raziocinio solido, e illuminato dalla coltura dello spirito; e 3.º in ultimo una integrità esemplare di costumi; e di azioni; poichè niuno ha giammai opinato sensatamente, che lo spirito di Dio risedesse sopra un anima reproba, od un uomo perverso (Gerem. Cap. 45. v. 3 e 4).

Veduti che abbiamo i requisiti necessarj, e conosciute quanto basta le qualità essenziali che debbono caratterizzare il Divinizzatore, o il Profeta, senza fermarci quì ad investigare più oltre l'intimo valore delle preallegate opinioni, onde adottare l'una in preferenza dell'altra, noi possiamo ragionevolmente conchiudere che la sola vocazione divina, munita di una sana morale, era quella unicamente che formava in massima i profeti, senza riguardo alcuno al temperamento rettificato dallo studio, nel modo, che lo pretendono i Rabbini fermamente, nè all'interno declivio naturale degli uomini, od alla riscaldata immaginazione dei medesimi, come bizzarramente lo suppone Spinosa unito a' suoi miscredenti fautori.