Benchè la risposta che a simile domanda si aduce dal Consiglio Israelitico, non possa essere al solito per se medesima, nè più sensata, nè più analoga nè più certa, dicendo che gli ebrei sono si attaccati al suolo che loro dette i natali, che anche infausto molte volte per essi, non si possono giammai determinare di buon grado a rinunziarvi; a più fondate ragioni essi debbono esservi inseparabilmente attaccati, se ne traggono de' solidi vantaggi, e de' favori; e quì opportunamente si riporta l'ingiunzione fatta da Geremia agli ebrei di Babilonia di dovere considerare questo suolo come loro stessa patria quantunque non vi dovessero permanere che soli settant'anni (Ger. Cap. V. ) e vari altri passi della Scrittura tutti tendenti ad inspirare nell'animo degl'Israeliti la fraternità per i Popoli che gli accolgono nel loro seno, ed un deciso affetto verso la patria che loro accorda un filiale pacifico asilo. Tuttoche, dico, sieno queste altrettante verità dimostrate come Certe, e irrefragabili, pure sembrami che non potrebbero quelle andare esenti dall'essere in qualche parte attaccate da' critici, i quali opporrebbero, senza ritegno, che avendo gli ebrei francesi, e gl'Italiani in particolare unanimemente riconosciuto per l'organo de' loro respettivi Rappresentanti gli uni la Francia, gli altri l'Italia per unica loro, e vera patria, abdicando ad un tempo interamente a tutto ciò che attaccati gli aveva fino ad ora alla Gerusalem loro patria antica; a quale oggetto dunque, ci apporrebbero essi, mantenere ancora in tutto il pristino vigore l'osservanza del Digiuno di Tamuz, e quella del nono giorno del mese di Av? (ved. l'annot. ) Dopo un abbandono si espresso, ed una sì formale univoca rinunzia con quale fondamento nutrire ancora viva la speranza di potere un giorno riacquistare quello su di cui più non restaci da fare valere sorte alcuna nè diritto nè ragione [(130)]. Oltre a ciò, quale idea stravagante di rincrescere, piagnere, o attristarsi per una perdita sofferta è già oltre diciassette secoli, e che malgrado tremila e cinquecento digiuni fatti dall'intero giudaismo durante sì complicata serie di epoche, animato dalla lusinga di conseguire con tale mezzo il totale ricupero, gionto ancora non è a ripararla?
Quanti esempi memorabili contrapporre non si potrebbero, non dico già di quelle tante nazioni che contava la terra i 15. e i 18. secoli addietro, e di cui le Ricchezze, la possanza, i nomi stessi più ora non esistono che in quelle vetuste pagine muffate che i primi tipi ci trasmisero un giorno, ma solo riferire io voglio de' tempi assai più recenti ne' quali si videro quantità di popoli dispersi, Regnanti detronizzati, tempj aboliti, e quasi anche distrutti; immensi tesori predati e che per ciò? Niente più consentaneo all'ordine delle cose terrene di vedere un popolo debole divenire la conquista di un popolo più forte, ed un monarca formidabile soggiogare un Regoluzzo; ed a fronte di tutti que' digiuni che potessero da quello instituirsi, e di tutte le più fervide ossecrazioni che intuonate fossero da questi, il vinto spera in darno di potere ricuperare le sue perdite, e fare quindi valere i suoi diritti fino a tanto ch'esso non divenga, o più, o almeno tanto forte quanto lo è il suo vincitore [(131)]. Ma gli ebrei Talmudisti insistendo ne' loro principj, mi sembrerebbero fuori di questo Caso, ed anche affatto alieni dal pensiere di tentarlo, mentre avvezzi a mirare cadere le mura di Gerico allo strepito di trombe ( ) abituati a sconfiggere numerose Coorti allo spezzare di stoviglie ( ); ed accostumati di vedere il solo braccio di Sansone con una macella di asino fare scempio di 3000 filistei in un rapido istante ( ) così essi attendono fermamente di vedere un giorno rinnovare i medesimi prodigj in loro favore, e credono che la preghiera, e il digiuno debbano essere quelle sole armi portentose, che indipendentemente da ogni umana influenza dovranno un giorno rimettere il Popolo d'Israel nell'intero possesso del suolo venerabile de' suoi benemeriti progenitori.
Quindi per distruggere queste acerrime imputazioni, che lanciare ci potrebbero i critici, ad un tale riguardo sarebbe, per quanto io penso oltremodo necessario di dimostrare col fatto la genuina verità esposta, sopprimendo, ed abrogando tutte quelle preghiere, o astinenze usitate fino ad ora dal popolo ebreo, che parrebbero concorrere a palliarla, se non ancora forse a smentirla, ma di ciò mi riserbo a ragionare di proposito fondatamente altrove.
Niente altro restami a dire sulla settima, l'ottava, e la nona questione, le quali tutte riguardano l'elezione de' Rabbini, le loro ingerenze particolari, o attribuzioni, se non che sarebbe oltremodo necessario essere più circospetto, meno facile all'avvenire di ciò che si era per lo passato nel conferire il titolo di Haham, ossia Rabbino, mentre i soli requisiti accennati dalla nostra rispettabile assemblea non mi parrebbero sufficienti quanto fa duopo a meritarlo, nel modo che si è generalmente creduto fino ad ora. Non mi si negherà certamente che una delle ingerenze principali annesse a questo grado è, senza dubbio, la predicazione, e la spiegazione del sacro Codice. Or domando, come potrebb'esso mai riuscirci senza una profonda cognizione dell'idioma del suo paese? Come giugnerebb'esso a persuadere senza eloquenza? Come dilettare, muovere, convincere, sia in quello, o in questo ramo, senza usare a tempo, e luogo di que' precetti indispensabili che l'arte filologica prescrive, e senza de' quali ogni discorso riesce per sua natura languido, insulso, ed annojante [(132)]? Quindi è che di somma urgenza, ed essenziale cred'io per coloro che sono richiamati alla professione del Rabanismo di conoscere in tutta l'estensione quanto l'arte oratoria per se medesima racchiude; e che in conseguenza non si dovrebbe graduare per Rabbino, se non se quell'individuo il quale oltre le menzionate doti riconosciute assolutamente necessarie al suo grado, cioè, esemplari costumi ed una profonda versatilità nelle basi della Religione, manifestasse ancora nel tempo stesso una esplicita perizia nell'arte del ben dire.
La Decima domanda aggirasi a sapere: Se avvi mestiere, o professione, cui la Legge degli ebrei loro proibisca? E la soluzione adottata dall'assemblea, e sanzionata dal Gran sinedrio, è quale appunto dee essere troppo giusta, e assai bene fondata; cioè, non solo non esservi alcun mestiere, purchè onesto, che sia dalla Religione interdetto agl'Israeliti, ma col Contesto Misnico, e talmudico alla mano (Tract. Kiduscim Cap. 1. E Tract Avoth Cap. 1.) si sostiene che il genitore il quale non fa instruire il proprio figlio di una qualunque siasi arte, lo alleva, e lo introduce alla funesta carriera de' malvaggi; verità che l'esperienza ci comprova molto frequente.
Solo si potrebbe qui di proposito rimarcare a giustificazione del popolo d'Israel, che se gli individui di questo non si videro sempre, e ovunque dediti specialmente alle professioni mecaniche, una si fatta indolenza non dee già ripetersi per che quelli ne fossero avversi, come assurdamente opinarono taluni ma da tutti quegli ostacoli pertinaci che molto sovente loro contrastavano i progressi nella guisa che osservammo accadere a' medesimi pur troppo nell'acquisto delle scienze, e nello sviluppo della Ragione; e siccome da quando agli ebrei fu permesso di coltivarsi, e di usare delle loro facoltà intellettuali, noi già sufficientemente dimostrammo a quale grado sommo si fecero essi distinguere nel mondo per genio, per talenti, e per dottrina, così laddove non era loro interdetto il libero esercizio delle arti liberali, e de' mestieri, facevano ad evidenza conoscere di esserne stati un giorno perfetti conoscitori, e di poterli anche divenire a' tempi nostri, sempre che il fanatismo, e la superstizione non vi avessero tenacemente opposte le loro malefiche barriere per distorli, ed allontanarneli, in modo che ravvicinare più non si potessero giammai [(133)].
L'undecima, e la dodicesima questione finalmente hanno per iscopo di conoscere: 1º. Se la Legge degli ebrei proibisce ad essi l'usura co' loro fratelli: 2º. Se questa Legge vieta, o permette loro l'usura cogli stranieri
Quanto fu da entrambe le assemblee Israelitiche sensatamente deciso intorno questi due ultimi articoli, essendo appoggiato alle ragioni le più solide, le più ponderate, ed inconcusse, risultanti dall'analisi il più esatto, ed il più giusto, noi non abbiamo che rapportarvici in ogni senso, richiamando ad un tempo medesimo tutto quello che per reiterate volte fu già da noi significato nel Corso di quest'opera, concernente un tale assunto: solo mi emerge quì fondatamente rammentare co' numerosi riportati esempi alla mano, che gli ebrei in generale saranno sempre mai ciò che vogliono le Leggi alle quali sono i medesimi soggetti, nel modo istesso che noi vedremo il loro Carattere ovunque, ed in ogni tempo modellato sopra quello de' popoli fra i quali essi vivono, o ne contraggono de' rapporti di società, e di Commercio; verità che abbiamo dimostrato più volte con tanti percuotenti esempi, opportunamente da noi già riportati.
Tali sono dunque le ponderate riflessioni che la verità, e la ragione mi eccitarono di proposito a fare sulle assennate Risposte che entrambe le assemblee Israelitiche hanno rassegnate all'augusto Regnante della Francia, e dell'Italia, in evasione alle sovrane Ricerche analoghe che piacque ad esso proporre alle medesime.
Or mi sarebb'egli pur anche permesso d'inoltrare le mie assidue ponderate indagini fino sulle sagge operazioni fatte da questi medesimi Consessi, onde pervenire a discernere se le Ispezioni della prima assemblea, e le ingerenze assunte dal gran Sanhedrim, furono in massima quelle stesse che le auguste disposizioni di Napoleone si prefiggevano, e che il bisogno urgente d'Israel richiedeva immediatamente per tate parti? Ecco ciò appunto che noi passiamo tosto ad esaminare colla più esatta precisione possibile.