[(142)] Oltre le tante altre prescrizioni superstiziose, e inutili, che per moltiplici volte abbiamo noi fin quì riprovate nella tradizione, quante ancora ve n'ha che meritare dovrebbero per ogni rapporto la nostra ripugnanza, il nostro sdegno, e che l'ebreo Talmudista non cessa di osservare, e mantenere col più denso fervore? Ma qual enorme contraddizione tante volte racchiude la massima di quelle, quali assurdi perniciosi non risultano sovente dalla pratica di esse? Quando la lunga barba sul volto è una marca di lutto, e di tristezza, mentre che questo medesimo segno mirasi conservato in osservanza delle feste ancora le più solenni; e quando si permette di accendere un lume in sera, o in giorno di festa, e si vieta nel tempo stesso di estinguerlo, e chi potrebbe annoverare le tante altre prescrizioni di tal fatta imposte da' Rabbini, tutte implicanti le assurde contraddizioni medesime in occasione di nascite, di morti, di solennità, di matrimonj? Per poca cognizione che si abbia, restare si dee a prima vista colpiti dalla stravaganza della massima parte di sì fatte cerimonie religiose, senza che io mi diffonda a rinnovarne quì la disgustosa menzione.
[(143)] Sarebbe egli fuori di proposito di porre quì un assoluta mutazione modificazione anche nelle preghiere sacre interminabili usitate recitate da questo popolo nell'esercizio del Culto, dimostrando ad esso il grave detrimento che la sana credenza di Mosè per tante parti risente in faccia degl'increduli dall'enorme affluenza, e la molesta durazione delle medesime? E quali ragioni potrebbonsi apporre agli argomenti filosofici, e inconcussi de' quali si serve fra i tanti oppositori Massimo di Tyro per dimostrare l'insofficienza delle medesime preghiere, onde con altrettanti solidi, e idonei del pari provare ad esso in contrario l'urgenza, e l'efficacia delle medesime?
L'Essere Supremo, riflette quest'Autore, ha i suoi disegni da tutta l'Eternità: se la preghiera si conforma alle sue volontà immutabili, si rende allora inutile di domandargli ciò che ha essa già determinato di fare. Se si prega di fare il contrario di ciò che ha il fu dal medesimo risoluto, è lo stesso che pregarlo di essere debole, incostante; è credere ch'esso debba essere tale, è un deridersi di lui; o voi gli domandate una cosa giusta, e in questo caso esso la dee, e quella si farà senza che se ne preghi; questo è ancora diffidarsi del medesimo facendogliene instanza; o la cosa è ingiusta, e allora si oltraggia: Voi siete degno, o indegno della grazia che implorate; se degno esso lo sa meglio di voi; se indegno, si commette un delitto di più domandando ciò che non si merita.
Cosa rispondere mai si potrebbe a tali robusti, e inoppugnabili argomenti?
Per altro, gli stessi filosofi osservano che noi non facciamo delle preghiere a Dio, se non se per che la deplorabile fralezza umana lo ha sempre mai delineato secondo l'immagine nostra, quindi noi lo trattiamo come un terreno monarca, ed un sultano, che si può irritare, ed appagare secondo le Circostanze. Chi avesse la pazienza di percorrere i breviarj differenti di tutti i popoli che conosciamo, vedrebbe se tale appunto non è il carattere che da questi si fa generalmente dell'Essere Supremo.
[(144)] Non è già la soverchia digressione delle preghiere quella che costituisce i pregj fondamentali di un Culto veridico, e divino; ma soltanto pochi accenti proferiti con animo integro, e retto Cuore sono sufficienti per rendere l'omaggio che dobbiamo al Superno Creatore dell'essere nostro; succinta era la prece di cui servivasi Daniel; concise erano del pari le preghiere usitate degli stessi primi Patriarchi, e Profeti d'Israel; e Dio stesso rivelandosi a Mosè, e aditandogli le Leggi che prescrivere dovea a questo popolo, non gl'impose già di ordinargli quelle prolisse orazioni che praticare oggi si mirano da esso.