Il Veglione.
Sono vicine le dieci. Il Ballo di Beneficenza che si dava nel Carnevale 18.. al Teatro Comunale di B…… cominciava soltanto in detta ora a farsi animato.
Molte Signore e Signorine nei palchi. Toilettes femminili semplici, ma di molto buon gusto. Una folla di allegri giovanotti, molti uomini maturi che potrebbero restare a casa coi loro bimbi.
Qualche vecchio non ancor convinto. Varie mammine imbronciate non si sa perchè e finalmente una scelta orchestra. Vi era anche Alfredo poco lieto, e non danzava per anco. Pare che aspetti qualcuno o qualcuna che non viene mai.
Ma eccola, Violetta, giunta in palco in quel momento, con due suoi congiunti. Prima fila sinistra, N. 13. Qualche supestizioso proponeva di togliere da tutti i teatri il N. 13; e di conservare quel numero quando si fosse trattato di tredici milioni, invece di dodici, i quali arrivassero pure in Venerdì.
Violetta era bella e più elegante in quella sera, ma si potrebbe giurare, che appena giunta in teatro, non avesse il solito suo umore giocondo (nervosismo). La maggior parte delle donne, quando si tratta di balli, di soirees, diventa nervosa—o per incidenti nel vestito, o per qualsiasi altra contrarietà intima.
Le signore e le Signorine vorrebbero e non vorrebbero andare alla festa e talvolta finiscono coll'andarvi, ma tardi, ma di mal umore. Violetta ballava a meraviglia…… Fatta dal suo palco una rivista in platea (ridotta come di consueto a sala da ballo) corrispose con un leggiero segno del capo al saluto dell'amico pittore, ma Alfredo per la malaugurata perspicacia degli innamorati concepì il sospetto, come la Signorina Violetta, si occupasse di cercare collo sguardo, un'altro individuo, di sfoffa più appariscente, non ancora forse entrato in teatro. Vanitas vanitatum et omnia vanitas, pensò Alfredo. Ma chi potrà essere colui che Violetta attende? Cocciuto, in quella sua idea gelosa, Alfredo cominciò a fare il permaloso, a girare sù e giù, inquieto, pei corridoi, a spiare la porta d'ingresso alla platea e contemporaneamente il palco di Violetta. Nè per quella sera egli andò nel palco Giacinto.
Entrava, in quel mentre in teatro, Cirillo Buonpensieri, giovane scultore, amico d'infanzia di Alfredo. Un simpaticone, pieno di arguzie—leale di carattere e di mente concreta. Abbracciò il suo Alfredo, si accorse del di lui pessimo umore, non ne fece gran caso, perchè lo conosceva assai.
Cirillo, senz'altro, prese a fare un valtzer con una Signora colossale, di mezza età, ma dovette fermarsi due volte per respirare, giurando in suo cuore, di non ballare più con quell'omnibus vivente. Entra in quel momento, a valtzer finito, un conoscente; è il Commendatore Sig. Aringa; uomo di mezza età, esile appunto come il suo nome, vestito sempre con ricercatezza—languissant di tutte le eleganti signorine della Città. Un buon diavolo, in massima. Peccato che si permetesse facilmente di pigliare in giro certuni suoi conoscenti, dei quali era forse invidioso.
L'invidia è una droga, che entra in tutte le pietanze, e non v'è anima al mondo, che non l'abbia assaggiata. Comincia dall'infanzia; voi la vedete anche fra bambini quando si rubano l'un l'altro un dolce, od un giocattolo. Vita mortal, tutta d'invidia piena scrive l'Ariosto. Naturalissimo pertanto che un pochino d'invidia, nutrisse anche il buon Commendatore.