Alfredo e Cirillo, escono finalmente anch'essi. Corrono alle rispettive dimore, dopo una cordiale stretta di mano. Alfredo si abbandona vestito sul letto, e non dorme. Se un momento resta assopito, pensa a quella sua eterna Violetta. Sogna di chiederle scusa, (di che non si sa). Volea lagnarsi di lei ma no'l può, e finisce come al solito, col tentare di darle un bacio tremante, senza esito felice. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In quella sera pertanto, meno l'avarizia, che, era rimasta in casa malata di compiacenza, al dire dei buoni contadini, erano andati al veglione anche i quattro ladri della pace, cioè l'amore, la gelosia, l'ambizione e l'invidia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La cena in casa Giacinto, andò così, così, quanto ad allegria. Tutti ebbero scarsa loquacità. Il Commendatore sembrò ai convitati alquanto preoccupato. Violetta fece gli onori di casa senza la solita disinvoltura, e finì per mangiar poco, e bever nulla. Nessuno dei più anziani, propose di ritornare al veglione dopo cena, per cui alle due dopo mezzanotte o poco più, casa Giacinto, aveva già spenti i lumi, disposta ad aspettare, dormendo, il nuovo sole. Il signor Aringa andò al suo alloggio in carrozza; il suo cocchiere si rivolse due o tre volte, per chiedere al padrone, cosa comandasse, perchè gli pareva di essere stato chiamato, ma invece il Commendatore, non aveva chiamato alcuno, aveva brontolato fra sè per il noto incidente con Alfredo. Decise però di volerne soddisfazione.
Violetta pure si ebbe, durante la notte, il suo incubo. Le sembrava che le Furie, strappate le coltri, la trascinassero per la treccia, intorno alla Camera. Svegliatasi alfine a giorno fatto, chiamò i suoi, che la trovarono inquieta e lievemente febbricitante. Ma, un cordiale, ed un po' di riposo ancora, Violetta si ristabilì in breve, senza l'opera di sanitario.
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Tre giorni dippoi, correva la voce, come la Signorina Giacinto, fosse partita, a visitare alcuni suoi parenti lontani, onde migliorare di clima, e quella voce non era una delle solite fole.
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La mattina dopo il veglione, mentre Alfredo stava vestendosi, entrò nella sua camera Cirillo piuttosto eccitato. Egli sapeva della imminente sfida. Te l'aveva detto ieri sera, o mio—Guerra a fondo—che la tua era stata una deplorevole imprudenza? So di certo che fra mezz'ora, tu sarai sfidato a duello! È quanto desidero da tempo; disse Alfredo, è quanto voglio. Ma ti prego, mio Cirillo, non facciamo melensaggini. Siamo intesi; non le solite convenzionalità cavalleresche, che, in fatto di duelli, sono di troppo, e rasentano la buffoneria. Morire o l'uno o l'altro.
Cirillo alla vista di quella faccia d'ira livida ebbe paura, e tosto, per mettere, secondo la consueta sua bonarietà, possibilmente, un po' di acqua sul fuoco, provò a dire, con flemma. E che muoiano anche i padrini. Alfredo, non potè sorridere, tanto era inqueto. Cirillo allora, giovane di cuore e di pronto ingegno, soggiunse: giacchè tu vuoi così, ritorneremo, ai vecchi costumi della antica Grecia, o dei popoli Indiani. Lascieremo in disparte, per un momento, la moderna cavalleria, e ricorreremo alla barbara cicuta, od all'acido prussico moderno. Inutile pertanto la spesa di sciabole, di fioretti, di pistole, di carabine. Due misere pillolette, allestite dal nostro amico vice speziale Brichetti, e tutto, in pochi minuti, sarà finito. Sei contento così? Altro rimedio non v'ha, perchè noi non siamo esperti nella scherma e le pistole possono tirare storto ammazzando invece qualche innocente passeggero. Una Pillola dunque col veleno, l'altra senza. Se muore il Commendatore avrà cessato di corteggiare le Signorine, se morirai tu, avrai finito di essere innamorato fino nella suola delle tue scarpe. Cirillo era una gran testa e trovava lì per lì, espedienti famosi. La sfida venne, pochi momenti dopo. I padrini del commendatore furono due ufficiali della Territoriale; quelli di Alfredo—Balena e Cirillo.
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