….. Alfredo, sorridendo melanconicamente: sarà come tu vuoi, disse. Tu sei un distinto inquisitore, ma io, in questo momento, non devo confessarmi che a Dio. Di te, mio buon amico, io non diffiderei, ma tu ridi sempre di tutto, ed io non amo parlare con chicchessia, perocchè mi parrebbe sciupare un oggetto delicatissimo……… Cirillo, non replicò, e pel suo umore sempre gaio, nel mentre distratto, seguiva le linee accuratissime del pennello di Alfredo, prese a narrare all'amico di un suo episodio galante di dieci anni addietro, colla intenzione lodevole di far meno triste Alfredo.

Io aveva 18 anni, cominciò, Cinzia 16 appena. Occhi biricchini, inquieta al pari di un'anguilla. Le nostre dimore distavano di un miglio press'a poco. Ella d'un paese, io d'un altro. Un ponte sul lago, che ivi si restringe, ravvicinava i due paesi di diversa provincia.

La messa della Domenica, favoriva da qualche settimana il vederci, ed il sommesso parlarci, in causa, vedi, della improvvisa elettricità sviluppata dai nostri quattro eloquentissimi occhietti. Ma quei benedetti angeli custodi, cioè la nonna, la zia, la mamma, la serva, e secondo le giornate, anche una Teodora invida sorella maggiore, quali pompieri matricolati, procuravano spegnere il nostro incendio. Mi duole il dire, che anche Cinzia aveva un pochino del barometro, pativa la luna, perchè il suo nome era tale. Come fare a trovarci una benedetta volta soli? «Soli, eravamo e senza alcun sospetto.» Diceva a Dante la Francesca da Rimini. Pensa e ripensa, ho trovato di abbandonare una mattina, dietro il cancello della villa di Cinzia, una gabbietta, con entro un passero, dei quali, la giovinetta era entusiasta.

Nella beccaruola posi un fogliettino, colla scritta: «Datemi un appuntamento, domani, Domenica, io sarò presso la porta della Chiesa. Pregate vostra sorella Teodora, ad aiutarvi, in caso, per la consegna della risposta. Speriamo che il Barometro sia sul bello». Cinzia tanto vivace, correva spesso pel giardino, e naturalmente fu la prima a raccogliere la gabbiola. Intanto io come il gatto, da una boscaglia, tutto vedea, e vedea perciò Cinzia a leggere il viglietto.

Pare che si viaggi discretamente, dissi fra me, ed ora vedremo… Ma ad onta che aspettassi colà rannicchiato più di un'ora, nessuno più venne, e allora esclamai: pare che si viaggi maluccio! Tornai perciò al mio paese, e sulla sera, del dì successivo, Domenica, per distrarmi, io pescava colla canna e l'amo, in riva del Lago. La stessa sera, intorno al tramonto, era sempre Domenica, Cinzia colla nonna, la mamma, la zia, la sorella Teodora e la orrenda cameriera, tragittano il ponte, con quel passo che significa andiamo a passeggio. La ninfa mi venne vicinissimo, in apparenza indifferente, presso alla mia canna, lasciò cadere nell'acqua un involtino di carta color di rosa. Ho mangiata la foglia, dicea la maschera Gioppino, e perciò diedi un esperto colpo di canna sotto l'involtino che l'amo infilzò. Potei tosto con molta prudenza, leggere sulla inumidita carta, queste parole: «Domani sera, alle otto precise, sotto il pergolato del giardino, presso la porticina, che lascierò aperta.» (In maggio alle otto ore, è ancor ben chiaro, per cui Cinzia non aveva fatta una imprudenza…. A quella età tutto è fiducia, e lo scultore non era poi un cannibale!) Sono gli slanci romantici della prima gioventù, innocente età ma sempre istintivamente calda di amore, siccome l'usignuolo che canta tutta la notte nel bosco.

Alfredo, parve, per un momento, che pigliasse interesse al racconto di Cirillo, perchè abbassò il pennello, e staccò gli occhi dal suo quadro. Scommetteremmo che il Pittore desiderasse una infelice riescita anche per l'amico Cirillo, essendo naturalissimo, il solatium miseris, socios habere penantes.

Cirillo, sospese alquanto il suo racconto idilliaco e, poi sospirando esclamò. Diletto Alfredo;… «Udirai e saprai se m'ha offeso!» (Dante-Ugolino)….. per la mia prima impresa o quarta che fosse, che non bene rammento, toccai quella jettatura, che tu hai sempre in bocca: Mefistofele, come, udrai, vi ha cacciate le sue corna.

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Le ore di quella notte dalla Domenica al Lunedì mi passarono lente lente, siccome i viaggi in diligenza di una volta. Io provava la infuocata brama di conoscere, come sarebbe andato a finire il mio quarto avvenimento tentato. Girava inquieto la piazza, non appena sorto il sole del sospirato Lunedì—mangiai quasi niente in tutto il giorno. Scoccano le ore diciotto, ne mancano due sole, dissi nel mio cuore febbrilmente….. oh! Dei!! in quei momento giunge una polverosa vettura a due cavalli sudati e stanchi, piena zeppa di viaggiatori.

Volle malaugurata curiosità, che io mi avvicinassi a quella ambulante baracca, ed oh! sventura irreparabile! Erano il mio nonno, la nonna, tre zii, tre zie, ed una serva che venivano dalla città a visitare la mia mamma, la quale era poi, già s'intende, la loro rispettiva figlia e sorella. Tutta quella gente, eccetto la serva, era discretamente facoltosa, veniva di rado, dalla lontana città, portava regali, per cui alto là, conviene dimostrare loro la infinita gioia di abbracciarli. E per raggiungere un simile intento, mi cacciai anch'io in mezzo a quella moltitudine fino a casa mia, con disgusto del vetturale, che gridava, non c'è posto!