CAPITOLO VIII.

Il vuoto dell'anima

Cos'è mai questo vuoto dell'anima? Noi non possiamo nè vorremmo fare qui, un trattato di psicologia, capace a favorire il sonno anche dei nevralgici. Ci limiteremo pertanto a discorrere così alla buona, come si usa fra profani.

Il vuoto dell'anima, dunque, secondo alcuni, sarebbe sinonimo del caos dello spirito. Secondo altri una sensazione di scoraggiamento, che assomigli al freddo del ghiaccio, e taluno infine propenderebbe a ritenere quel vuoto, la nessuna sensazione.

Ma se accascia, ma se uccide lentamente le anime più sensitive, come non credere che il vuoto dell'anima non produca, all'incontro, una latente dolorosa sensazione, non chiaramente definibile?

Se non che, onde escire il meno malconci da questo gineprajo, diremo che il vuoto dell'anima può significare la totale assenza del fine per cui è stata creata la nostra esistenza morale. E con diversa frase, il disinganno assoluto dei più santi e caldi affetti. Il vuoto dell'anima, in ogni caso, sarebbe peggiore della morte, la quale è lo stato di piena insensibilità.

Una parte della Società, d'ogni epoca, pe' suoi fini speciali, e qualche volta in buona fede, nè mai convinta di fare il male, ha cercato, con sforzi erculei, di deviare la creatura umana dal naturale scopo della vita, creando caste eunuche, tarpando le ali della libertà e del pensiero e modificando le istintive pulsazioni del cuore, senza però ottenerne concreti effetti, ma solo enti bastardi. Sempre inoltre, a detrimento del loro originario benessere.

Gli uomini sono nati per seguire i loro ideali, e la proibizione o limitazione dello scopo unico della loro creazione, in cui c'entra la Provvidenza, sono una vera e propria deturpazione della creatura umana. Il vuoto dell'anima, infine, può essere prodotto dal caso, o dalla volontà dei soggetti che possono crearlo. Per buona ventura anche il vuoto dell'anima, deve per legge universale, durare più o meno lungamente, secondo l'indole degli individui colpiti, essendo il tempo, la panacèa di tutti i mali. Basterà per qualcuno che nasca un nuovo oggettivo, atto a riempire o surrogare il così detto vuoto, ed allora, per chi avrà resistito alla morte fisica, la guarigione non è improbabile.

Sarà dunque facile anche per il nostro Alfredo detta guarigione? Noi non possiamo rendersene garanti, perocchè degli esseri sceltissimi, atti a riempire il vuoto dell'anima sua, non ne sorgono a dozzine e ad ogni momento.

Non si comprende come l'uomo possa vivere, nel continuo completo isolamento. Noi crediamo che sia un lento veleno del corpo, col risultato dell'ebetismo della mente, da distinguersi dalla solitudine temporanea talvolta necessaria e gradita.